Chi di noi, genitori di figli disabili, dopo l’annuncio o la presa di coscienza dell’handicap del nostro figlio, non ha provato, in modo più o meno forte, per più o meno tempo, questi sentimenti: sensi di colpa — Che cosa ho fatto di male? sensi di ingiustizia — Perché proprio a noi? di rivolta — Se Tu ci fossi veramente, non potresti permettere queste cose! di impotenza — È mai possibile che non si possa far nulla?
Quante volte abbiamo sentito sgorgare dal più profondo del nostro essere queste domande che forse non abbiamo potuto o saputo esprimere ad altri perché il dolore era troppo forte.

Quando il dolore si affaccia così improvviso, senza che lo si sia mai immaginato (Queste cose succedono agli altri!); senza che ci si sia preparati; spesso quando l’attesa ci vedeva protesi a vivere con gioia il lieto evento; allora, tutto si fa buio. Cala la notte. Si entra nel tunnel della disperazione. Attorno a noi sembra si formi una strana congiura del silenzio. Per rispetto, si dice; per paura di far ancora più male. Al grave senso di ingiustizia, da cui ci si sente colpiti si aggiunge così anche il sentimento di essere abbandonati da tutti. Oppure ci si fanno attorno premurosi quelli che chiamo «gli amici di Giobbe»; quelli che vogliono essere vicini, ma che son troppo presi dai loro schemi, dal loro io: «Dovresti fare… io al posto tuo… possibile che tu non capisca che lo devi accettare… la vita è così, devi fartene una ragione… È capitato a te, poteva capitare a me…»

Frasi dette con buone intenzioni, ma che non possono raggiungere il nostro cuore che piange proprio perché non è capace di reagire, di farsi una ragione, di accettare, di amare, tutto preso come da una prova che rifiuta e che vorrebbe allontanare da sé.
Ma la vita continua ed è giocoforza tirare avanti. Il bambino disabile e con lui tutti i membri della famiglia, richiedono cure, assistenza, lavoro, sacrifici.

Giorno dopo giorno, con il cuore a pezzi e il lutto addosso, si va avanti, si compiono i gesti del dovere ma senza vita, senza serenità interiore. Lungo la giornata, spesso durante le notti dal profondo del cuore si innalzano grida d’aiuto al Signore, a quel Dio che conosciamo buono e vicino a chi soffre, e che ora sentiamo lontano, silenzioso, misterioso: «Perché ci hai abbandonato? Perché non vieni a spiegare, a guarire, a consolare?».
Ma di fronte alla non risposta di Dio e al suo silenzio, alcuni genitori pensano, forse troppo in fretta, che anche lì la porta sia chiusa, che nemmeno Lui possa venire in aiuto.

Altri genitori, continuano ad invocarlo, con la speranza o con la certezza che Lui non potrà non ascoltare il loro grido. Agli uni e agli altri Dio è ugualmente vicino; non fa distinzioni di fronte a chi soffre. Per manifestare, però, la sua risposta. ha solo bisogno di persone disposte a farsi «prossimo», a farsi carico, a prendersi cura. Senza consigli, giudizi, commenti.
Non è cosa facile né semplice. Come dicevo prima, si può aver paura di importunare: non si sa come fare, si è a disagio davanti a certe reazioni, a comportamenti difficili, a situazioni complesse. Eppure, solo attraverso queste persone si può «rivelare» la risposta di Dio affinché si «manifestino in lui le sue opere». I suoi miracoli si realizzano ora solo a questo prezzo: che i sani, quelli che stanno bene, quelli che hanno tempo, quelli che non sono schiacciati da ogni sorta di male, si facciano «prossimi» di quanti incontrano sul loro cammino, bisognosi di ogni sorta di aiuto.

I genitori di un figlio disabile, da soli raramente possono far fronte a una prova così difficile; hanno bisogno di essere aiutati; devono poter trovare sul loro arduo cammino persone capaci di condividere le loro paure, i loro smarrimenti, le loro rivolte, i loro sensi di frustrazione e di impotenza. Solo se troveranno «compagni di strada» potranno riprendere vigore e coraggio. Solo così, insieme ad altri, potranno aiutare a far crescere il loro figlio in pienezza; solo così il loro figlio potrà diventare per loro fonte di gioia e di fierezza, nonostante le sue disabilità.

Se rimarranno soli, difficilmente il loro «lutto si trasformerà in gioia», il «loro carico si farà leggero».
A tutti noi di saper rispondere a questo compito con coraggio e fedeltà sempre rinnovati, con gesti di generosità umile e concreta e creativa.

Mariangela Bertolini, 1994

Mariangela Bertolini

Nata a Treviso nel 1933, insegnante e mamma di tre figli tra cui Maria Francesca, Chicca, affetta da una grave disabilità.
È stata fra le promotrici di Fede e Luce in Italia. Ha fondato e diretto Ombre e Luci dal 1983 fino al 2014.

Tutti gli articoli di Mariangela

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.45, 1994

Sommario

Editoriale

Perché ci hai abbandonato? di M. Bertolini

Dio così lontano e così vicino

Mi sentii tradita di una mamma
Ma Lui dov’era? di G. Cosmai
A scuola con Chicco in braccio della mamma di Chicco
La fede è un incontro di J. Lebreton

Altri articoli

L’armadio dei giocattoli di M.C. Chivot
Inaugurazione di Casa Loïc di A. Mazzarotto
La tenerezza di Dio Anonimo brasiliano
Convegno sulla catechesi nell’area dell’handicap

Rubriche

Dialogo aperto
Vita Fede e Luce
Proviamoci un'altra volta

Libri

Due libri sulla psicologia, P. Vitz e P.Raab
Competere col dolore, F. Guglielmotti
Il mio cielo è diverso, F. Emer
Val la pena di vivere, U. Peressini

Perché mi hai abbandonato? ultima modifica: 1994-03-16T17:29:02+00:00 da Mariangela Bertolini
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