La casa di Mandello accoglie 13 giovani e adulti con disabilità fisiche-motorie-intellettive. La visitammo qualche anno fa. Ci sembrò molto ricca di valori umani e cristiani. Vogliamo riparlarne perché crediamo che sia un segno di speranza concreto per chi non può vivere in famiglia e non può vivere da solo.
Ce la presenta Andrea Beretta, direttore della rivista «LA NOSTRA FAMIGLIA», nel numero 2/93.

Su per una stradina in leggera salita dove un tempo allignavano uliveti, su un terreno lasciato in eredità a «La Nostra Famiglia» che è motivo della nostra visita. Poco distante dalla Chiesa del S. Cuore, una delle due parrocchiali, appena oltre un cancello e lungo un vialetto di ghiaia si stende la casa di colore bianco, costruita in linea retta orizzontale ad un solo piano, là dove il paesaggio più si stringe alla montagna, cosicché la costruzione quasi si confonde con i colori del paesaggio, che si nutre dei toni grigio chiari della roccia dolomitica, mentre a destra un prato verde ben curato rinfranca lo spirito.
«Un oasi di pace!», viene subito da dire a Carlo Piccolo che con la moglie Vittoria Raineri è responsabile della Casa-famiglia o «comunità famiglia», come pure si può chiamare questa illuminata istituzione de «La Nostra Famiglia» che offre un servizio di accoglienza per disabili affidati a coniugi che garantiscono continuità, stabilità e clima familiare a un numero ridotto di persone disabili o comunque in situazioni di difficoltà.

Questa di Mandello è una delle sei in Italia: tre in Lombardia, una in Veneto e due in Puglia.
Carlo e Vittoria sono giovani: 31 e 35 anni. Un figlio. Luca, di circa tre anni. Lui dinamico, dall’aspetto gioviale, loquace; lei minuta, apparentemente fragile, ispira dolcezza e quel tanto di simpatia che coinvolge, con una forza interiore che viene dal cuore. Entrambi convinti del loro impegno, cioè quello di «condividere con le persone che vivono in questa casa un pezzo della nostra vita», sottolinea Carlo.

La fede e il sociale Siamo seduti intorno ad un tavolo al centro di una piccola stanza appena dopo l’entrata, dove s’affaccia una cappella. E ancora Carlo a parlare. E disponibile, e non si sottrae alla domanda che vuole una conferma a quanto già è possibile pensare in riferimento alla motivazione di fondo per tale scelta di vita: «Il discorso di partenza — spiega — è cercare di rendere concreto il nostro essere cristiani».
D’accordo, ma quanta parte ha la fede?
Carlo si schiarisce la voce ma non ha esitazioni: «Questo nostro operare sociale — dice — discende direttamente dalla fede, quindi il credere di conseguenza porta con sè alcuni valori da incarnare. Credere in un Dio che propone di amare il tuo prossimo come te stesso».

Ombre e Luci n. 44 - 1993

La casa famiglia di Mandello nel Lario presso Como. Sullo sfondo le cime della Grigna

La Casa-famiglia di Mandello ha una capienza di 14 posti. Attualmente è abitata da 13 disabili di cui dieci per periodi lunghi e comunque non determinati e tre per periodi brevi a rotazione con altre richieste. Le disabilità che vi si incontrano sono di tipo fisico ma con patologie e gravità diverse e per alcuni anche una disabilità di tipo intellettivo con difficoltà più o meno gravi. L’età, in media, va dai 20 ai 30 anni.
La signora Vittoria ci offre una tazza di tè ed è l’occasione per chiacchierare un po’ senza domande e risposte precise. Sono sposati dal 1989 e nello stesso anno sono arrivati alla Casa-famiglia di Mandello, di cui era responsabile un’altra coppia con la quale hanno collaborato, e poi da soli dal 1991. Ma già da prima del matrimonio il loro impegno era nel mondo dell’handicap: lui educatore a Vedano, lei fisioterapista a Bosisio Parini. Da questo a dare la propria disponibilità per una Casa-famiglia il passo è stato breve, visto che, come spiega Vittoria, «entrambi tendevamo a qualcosa di diverso come modo di gestire la vita matrimoniale».

Spirito familiare

È il momento di visitare la casa. Entriamo in un ampio e lungo corridoio dove si affacciano le camere da letto e una sala per attività comuni. Alle due estremità: da una parte i servizi e uno spazio lavoro su computer, dall’altra la stanza da pranzo con annessa la cucina.
Iniziamo da quest’ultima. Si presenta come un grande tinello con al centro un tavolo per circa 20 persone e a lato alcune poltrone. L’ambiente sembra enorme ma pensando a quanti vi accedono acquista subito quell’aria familiare di una comune sala da pranzo, compresi i quadri e l’oggettistica che personalizzano e rendono accogliente lo spazio. Su una mensola undici bicchieri di ceramica decorati con i nomi degli ospiti: Pasquale, Patrizia, Angelo, Maria Grazia, Guido, Claudia, Enzo, Pina, Majed, Mara, Checco…
La loro giornata inizia qui con la colazione, poi in cappella per una preghiera comunitaria. Dopo il pranzo ci sono tempi dedicati alle attività lavorative di tipo artigianale e adatte alle possibilità di ognuno. Ho visto lavori veramente belli: ceramiche, legni intagliati e colorati, biglietti d’auguri dipinti che riscuotono notevole successo. Le modalità sono le più disparate secondo una metodologia che privilegia la facilità di esecuzione non tralasciando però il gusto artistico. Viene agevolata in ogni modo la possibilità di utilizzare le capacità funzionali degli ospiti, favorendo l’autosufficienza anche con l’adozione di tecniche avanzate — come vedremo più avanti nella struttura delle camere — di cui si è sperimentata l’efficacia per la loro applicabilità in una normale abitazione.

Ombre e Luci n. 44 - 1993

Carlo e Vittoria Piccolo con il loro bambino e alcuni ospiti della casa famiglia.

La riabilitazione

Notevole rilevanza ha la riabilitazione che fa parte dell’impegno giornaliero degli ospiti * nell’annesso Centro di Riabilitazione Motoria. Vi accedono per sedute di fisio-kinesi-terapia, terapia occupazionale, riabilitazione neuro-psicologica. Tutta l’attività di tempo libero si realizza in funzione riabilitativa e in continuità o a integrazione dell’intervento specifico. Inoltre viene svolta attività al computer, di cultura generale e di guida all’autonomia.

Il volontariato

Il volontario per una Casa-famiglia ha grande importanza e svolge un ruolo di integrazione con il territorio, «permette al mondo esterno di entrare dentro» e senza di esso si rischierebbe di «essere un’isola felice senza contatti reali», interviene la signora Vittoria. Poi ci sono anche due obiettori in servizio civile che offrono una preziosa collaborazione.
Parliamo allora di volontariato. È Carlo a soddisfare la mia curiosità.
«Nei primi anni — spiega — il numero era veramente esiguo. Oggi le cose sono cambiate molto, sono arrivati tanti giovani che ci aiutano a dare loro una vita normale. Uscire per andare al cinema, al bar, ad uno spettacolo o anche solo a passeggiare… e se ci sono dieci carrozzelle servono dieci volontari». La gente di Mandello, però, conosce il valore della solidarietà e, dopo una iniziale e comprensibile diffidenza, risponde con sempre più entusiasmo.
Lungo il corridoio c’è una porta aperta. È la camera di Majed, un ragazzo palestinese da molto, quasi da sempre, nei Centri de «La Nostra Famiglia». Parla correttamente, intelligente, si muove autonomamente sulla carrozzella. E disponibile al dialogo anche se indaffarato ad impacchettare musicassette e programmi del suo computer. Domani sarà ricoverato in ospedale per una degenza che si prospetta lunga, come egli stesso racconta, e vuole portare con sè quanto più possibile per non annoiarsi.
Mi sembra tranquillo nonostante la difficoltà dell’intervento che dovrà subire, anzi tre in successione alla colonna vertebrale.
Esprimo così meraviglia per la calma di Majed ma, a parte, mi si dice che è solo apparenza perché in effetti è molto preoccupato.

Ombre e Luci n. 44 - 1993

Mariangela Bertolini con due ospiti della casa famiglia di Mandello che è andata a visitare per Ombre e Luci

Massima autonomia

Le camere sono a due letti, ordinate e piene di oggetti comuni a una qualsiasi camera di giovani al passo con i tempi e… con il calcio. Su una parete di una di queste campeggia il poster di un calciatore del Milan.
All’esterno un pulsante ad aria compressa permette di aprire e chiudere le porte senza difficoltà, anche con i piedi. Gli interruttori della luce hanno uno speciale dispositivo: basta sfiorarlo per accendere o spegnere. Così i bagni con docce e vasche adatte alle diverse esigenze. Come l’erogazione dell’acqua, che si attiva mediante un’asta, a cinquanta centimetri dal suolo, e che automaticamente dopo un determinato tempo interrompe il flusso. Ma sembra che questo non sia abbastanza lungo ed allora ecco il modo per prolungarlo: un piccolo peso, colorato, come le saponette da doccia, che gli ospiti appendono all’asta. La cosa mi fa sorridere per quello spirito di complicità che lega e rende amici.
Majed corre per il corridoio e sgomma in una curva che prende a gomito. S’avvicina, chiede se non è meglio inscatolare il computer per evitare urti durante il trasporto. Carlo risponde che va bene ed andrà ad aiutarlo più tardi. Majed chiede ancora… la partenza… l’ora… si farà in tempo. Sì, ora capisco che è preoccupato e che lo nasconde con il lavoro per non pensare.
L’autorità di Carlo come capo della casa non è facile da spiegare. È giovane e non può impossessarsi di una figura, quella del padre, che non avrebbe un riscontro oggettivo. Quale allora il ruolo più plausibile, più vero? «Forse quello di un fratello maggiore per alcuni, e di amico per altri più grandi, che può aiutare a prendere una decisione, cercando di risolvere insieme alcuni problemi» E vero, lo ha appena dimostrato.
La presenza della famiglia è importante in ogni momento e particolarmente in quelli aggregativi come ad esempio i pasti. Ci si ritrova tutti insieme. «Ma non basta», dice Carlo. E così mi mostra un accogliente salotto. «È qui che prima di cena ci riuniamo per discutere della giornata appena trascorsa e per programmare iniziative». A tavola siamo in troppi e la discussione è sempre interrotta da mille problemi compresi quelli di aiuto a quanti non riescono a mangiare da soli».
Noto nella voce di Carlo e Vittoria una soddisfazione mal celata. Sono orgogliosi di questa idea. «Il presupposto da dare alle persone con le quali facciamo comunità è quello di essere famiglia, nel senso che noi funzioniamo positivamente», conclude Carlo. In pratica l’equilibrio è dato dall’essere coppia, famiglia, e di non perdere questa identità per poterla trasmettere agli altri.
I coniugi Piccolo confermano, mentre la visita termina qui. Porto con me al ritorno tanta serenità insieme con il suono delle campane della parrocchiale che chiamano al vespro.

Andrea Barretta, 1993

Dare loro una vita normale ultima modifica: 1993-12-23T09:45:47+00:00 da Redazione
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