«Ho sempre desiderato essere una suora, ma non potevo diventarlo perché non sapevo leggere… Ora sono consacrata a Gesù qui a Betania». Susanna è una delle oblate del Sacro Cuore di Gesù che vivono in una nuova comunità religiosa. Siamo andati a trovarla.
Nel 1965 una piccola congregazione diocesana della Normandia, le suore del Sacro Cuore di Gesù, fondò a Saint Aubin les Elbeuf, a venti chilometri da Rouen, un centro di accoglienza per donne adulte handicappate mentali. Alcune di queste giovani manifestarono durante parecchi anni il desiderio di diventare religiose. Si cercò allora di capire se dal punto di vista spirituale questo era attuabile e fu iniziato un periodo di formazione di sette anni adatto alle loro esigenze. Sei di queste donne furono poi ammesse ai primi voti e diventarono «oblate del Sacro Cuore».
Nel 1983 la Provvidenza offrì loro una scuola abbandonata e il gruppo vi venne ad abitare. «Betania» è il nome scelto dalle oblate stesse. Oggi esse formano una comunità religiosa aggregata alla Congregazione diocesana del Sacro Cuore di Gesù la cui superiora generale nomina le suore accompagnatrici. Suore di altre congregazioni si sono unite alla comunità per aiutarla e oggi tutte formano un gruppo omogeneo. A poco a poco dodici persone handicappate sono arrivate a Betania. Francesca aveva in cuore questo desiderio fin dall’età di dieci anni. Spiega: «Ora ho abbandonato tutto per seguire il Cristo a Betania; non voglio più andare via di qui. Non ho potuto entrare in un’altra comunità; avrei scelto la clausura».

Esigenze vere

All’arrivo ciò che colpisce è l’atmosfera straordinaria di gioia, di gentilezza, di fede. Eppure le oblate seguono una regola molto austera. Le esigenze sono tante! Ci si alza alle sette, poi ci sono le Lodi e un quarto d’ora di adorazione in comune. Dopo la colazione e le cure personali c’è un altro momento di preghiera. Poi la maggior parte delle suore si occupa dei lavori di casa: la cucina, le pulizie, il giardino… Due di loro lavorano fuori: una nei laboratori di un centro vicinò per persone handicappate, l’altra, nello stesso centro, a metà orario.

“Ho abbandonato tutto per seguire il Cristo a Betania; non voglio più andare via di qui”.

Alle 11,30 le oblate si ritrovano con la comunità delle suore della casa madre per il rosario, l’Ufficio delle ore medie e la Messa. Le altre funzioni hanno luogo nella piccola e bella cappella della casa di Betania. Il lavoro, eseguito individualmente la mattina in silenzio, diventa comunitario il pomeriggio nella condivisione e nella gioia fino ai vespri. Dopo c’è la merenda e la ricreazione fino all’ora di cena.
Dopo il giornale radio dove si viene informati su ciò che è avvenuto in tutto il mondo c’è la Compieta. Alle 22 tutti dormono.
Dappertutto sulle pareti sono affissi cartelli dove si ricorda alle oblate l’essenziale della loro vita religiosa.
«Come viene accettata una postulante, per esempio una persona che quasi non riesce a parlare?».
«Certo ci vuole l’autorizzazione dei genitori. Ma ciò che conta è il senso della preghiera, la qualità del cuore, l’amore vicendevole, la capacità di vivere insieme e il distacco che induce a lasciare tutto per seguire Gesù».
Caterina ad esempio non era riuscita a studiare e, alla famiglia che faceva obiezioni ha risposto: «Credevo che per essere suora fosse sufficiente amare il Buon Dio».

Il «quarto Impegno»

Quando la postulante è considerata pronta per il noviziato le viene data la veste delle oblate — un abito grigio — e viene chiamata «Sorella» pur mantenendo il suo nome di battesimo. Un periodo di formazione che viene adattato a ciascuna e precede la sua prima consacrazione religiosa, il momento del triplice impegno a seguire Gesù nella castità, la povertà e l’obbedienza. A questi voti si aggiunge il quarto voto di base, quello dell’amore vicendevole. «Vivere nella riconciliazione» fa sì che i problemi che sorgono come dappertutto si risolvano ogni giorno nella comunione fraterna intorno a Gesù. Questo quarto impegno, ci sembra, spiega l’atmosfera così straordinaria che si avverte nella comunità.
Anche l’accoglienza fa parte della vocazione di Betania. Proprio accanto alla grande casa ne sorge una più piccola dove sono accolte le famiglie che vengono al centro vicino per visitare i figli handicappati gravi. Arrivano anche gruppi o persone isolate per qualche giorno di preghiera. Una mamma mi dice: «Quando ho tre o quattro giorni liberi vado là per respirare quella atmosfera e per riprendere le forze interiori».

Anche noi, malgrado la brevità della visita, abbiamo ricevuto lo stesso conforto nello scoprire questa vita così povera, consacrata all’offerta e al servizio. Mentre pranzavamo insieme alle oblate ci è stato domandato di parlare dell’opera di Fede e Luce in paesi nuovi. Quante domande! Le oblate si interessano veramente di tutto.
Ci hanno detto che avrebbero pregato per O.C.H. (Office chretien des handicapés) per Ombres et Lumière, per Fede e Luce, per noi. Lo faranno di certo.
Pregano inoltre perché si formino comunità dello stesso genere. Le richieste sono tante e Betania è l’unica di questo tipo. Che lo Spirito Santo con la sua opera incessante permetta le iniziative nuove che possano rispondere a tutte le vocazioni autentiche.

tratto da Ombres et Lumérè. n. 84, 1991

“Non potevo diventare suora perché non potevo leggere” ultima modifica: 1992-09-07T16:03:22+00:00 da Redazione
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