Le persone colpite da malattia mentale devono spesso in un primo tempo — chiamato fase acuta della malattia — farsi curare presso i servizi specializzati in neuropsichiatria. Questa malattia però, in molti casi non finisce qui con guarigione completa. Di fatto, in molti di loro continuano, ritornano o rimangono gravi disturbi tali da rendere l’autonomia, la relazione in famiglia e naturalmente il lavoro più o meno impossibili. Si parla allora di cronicità.

Abbiamo fatto un tentativo di vedere con i nostri occhi dove e come vivono queste persone.

Purtroppo sappiamo tutti, per averle incontrate, che molte di loro vivono per strada o in famiglia in situazioni molto difficili, e, talora, drammatiche. E gli altri?…

I due servizi che presentiamo, presentano, in modo superficiale, le due realtà che abbiamo visitato, realtà che sono in netto contrasto fra loro sotto tutti gli aspetti.

Ci auguriamo di cuore che venga fatto molto, molto di più per trasformare la dolorosa e drammatica realtà dei nostri fratelli malati mentali.

Quando il Parlamento italiano (spinto da persone illuminate e nello stesso tempo piene di illusioni) decretò la chiusura dei manicomi con la famosa legge 180, chiuse una vergogna (il manicomio come deposito di persone malate mentali e disadattate) e aprì un’altra vergogna: il malato mentale lasciato allo sbaraglio, sulle spalle della famiglia o randagio. Strutture pubbliche (che non siamo manicomi più o meno mascherati) capaci di curare i malati mentali, sono pochissime. A Roma, per esempio, c’è una sola «Comunità terapeutica pubblica». Siamo andati a conoscerla.

La prima impressione è rattristante. Nel quartiere di Primavalle, uno dei più carichi di problemi, una costruzione in pessima condizione su un terreno incolto è la sede. Più che un centro di cura, pare una casa da demolire.

Leggi anche: Villa San Giovanni di Dio

15 pazienti che vengono dal manicomio

Questi edifici dovevano essere demoliti — racconta la psicoioga Cristina Reggio — quando riuscimmo a farceli assegnare dopo una dura lotta. Otto anni fa ci trasferimmo qui, prima con quattro, cinque, infine con 15 pazienti (psicotici) del manicomio di S. Maria della Pietà, proseguendo l’esperienza del padiglione aperto condotta da Massimo Marà, lo psichiatra responsabile di questa comunità.

Continuando l’incontro, ci rendiamo sempre più conto che il dottor Marà è il vero motore di questa iniziativa. Senza la sua totale fede nella possibilità di curare gli psicotici in una comunità aperta fondata sulla psicanalisi, senza lo spirito di sacrificio, la tenacia, la disponibilità a stare «sulla barriera», la Comunità Terapeutica di Primavalle abbiamo l’impressione non sarebbe stata possibile. Ci chiediamo alla fine quanti siano i Marà in Italia per tutte le comunità terapeutiche che servirebbero.

In condizioni difficilissime

La realtà della comunità terapeutica è durissima — continua Cristina Reggio — specie in queste condizioni materiali. Molto dipende dalla volontà dell’operatore di sacrificarsi, di mettersi a confronto con lo psicotico in crisi, di continuare senza credere di saper già tutto.

Dei 15 pazienti presenti (assistiti da 12 operatori che lavorano in tre turni di 7 ore il giorno e 10 la notte) cinque sono pronti per uscire e due sono prossimi. È questo risultato che ci convince a sostenere le condizioni di lavoro così difficili: sette «manicomiali» che possono stare da soli, definitivamente fuori del circuito assistenziale psichiatrico. Naturalmente c’è voluta un’altra lotta durissima per trovare tre appartamenti, mentre i pazienti già pronti a uscire hanno vissuto in una situazione che può farli regredire.

Il quartiere Primavalle, infestato di miseria e di violenza, ha reso possibile questa esperienza, ma ne ha anche accresciuto le difficoltà e la durezza. Qui ci sono le condizioni politiche e le doti umane per accettare «pazzi» nel quartiere e accoglierli con simpatia, ma anche le condizioni perché fossero trattati con violenza e derubati, perfino nella casa della comunità.

Volontari: meglio di no

La comunità ha una falegnameria dove i più disturbati fanno principalmente giocattoli di legno venduti alle scuole, sotto la guida di un falegname che viene qua a lavorare per un compenso ridotto. Questo apre il discorso sul volontariato. La comunità esclude l’intervento a fini terapeutici di volontari, addirittura vieta che i genitori dei malati vi mettano piede, e tende anche a limitare radicalmente l’entrata di volontari per compagnia o per compiti manuali. Queste persone malate — spiega Cristina — sono state ferite da molti abbandoni e sono affamate di famiglia, di rapporti affettivi. Il volontario che si accosta a loro per un certo tempo, col quale per forza si stabilisce un legame, quando non può continuare, anche non volendo infligge un’altra ferita al malato.

Venti malati e venti operatori

Presto cominceranno i lavori di restauro dei fabbricati. Quando saranno finiti (chissà in quanto tempo!) la comunità accoglierà dieci uomini e dieci donne, assistiti da venti operatori (12 infermieri psichiatrici, 3 psicologi, 2 assistenti sociali, 2 psichiatri e Marà, dirigente responsabile).

La comunità ha una lista di attesa di centinaia di malati, molti anche di altre USL e regioni che perciò non possono essere accolti. Ci sono anche famiglie disposte a stabilire una residenza nel territorio di queste USL per acquistare il diritto alla cura in questa comunità.

Tre dei malati hanno minime possibilità di recupero e dovranno essere inseriti in altre strutture, le comunità riabilitative previste dalla nuova legge n. 49, dove dovrebbero andare i malati mentali che non hanno la possibilità di riacquistare autonomia.

La risposta dalla comunità terapeutica

Comunità terapeutiche come questa ci sembrano una risposta valida, almeno per una parte dei malati mentali.

Per capire questa comunità terapeutica bisogna fare uno sforzo per staccarsi dal concetto di comunità di cui abbiamo esperienza, per esempio le comunità di Jean Vanier. Qui a Primavalle, quel che conta è l’aspetto terapeutico, mentre è difficile vedere la comunità di vita, la condivisione. Qui vediamo una professione fatta con umanità e con impegno in un ambiente molto difficile; quelle dell’Arche sono comunità di vita: sono cose molto diverse.

Ci viene anche difficile accettare l’esclusione dei volontari. È vero che il volontario incostante fa più male che bene, ma dovrebbe essere possibile trovare volontari fedeli e preparati, così come del resto anche gli operatori sono stati in qualche modo selezionati. Crediamo che, ben scelti e preparati possono essere di notevole aiuto, specie in una situazione materiale e umana difficile.

Sergio Sciascia, 1988

Sergio Sciascia, nasce a Torino nel 1937 ma si trasferisce a Roma con la famiglia pochi anni dopo. Fin da piccolo manifesta una spiccata passione per lo scrivere e per il capire le cose che lo circondano, e di questi due aspetti farà il mestiere di una vita. Una collega, amica della primissima Fede e Luce romana, mette in contatto Sergio con Mariangela Bertolini e con l’idea di trasformare il ciclostilato “Insieme”che legava le poche comunità italiane di Fede e Luce in qualcosa di più. Era l’autunno del 1981. Nasceva Ombre e Luci e Sergio accettava di esserne il direttore responsabile.

Sergio Sciascia

Giornalista

Comunità terapeutica di Primavalle ultima modifica: 1988-03-26T15:17:01+00:00 da Sergio Sciascia
Shares
Share This

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi