Il servizio che offre questa associazione è piccola cosa, ma viva, piena di forza: far uscire da un istituto, da un ospedale dei bambini handicappati per un week end o per un po’ di vacanza; dare la possibilità a qualche famiglia di riprendere fiato.

Lo offriamo ai nostri lettori come esempio e stimolo nella speranza che qualche gruppo parrocchiale e non, si senta invogliato ad intraprendere qualcosa del genere.
È più produttivo «rimboccarsi le maniche» che criticare 1’esistenza degli istituti o i genitori che sono costretti a ricorrervi.

Sabato mattina, ore 8.45: un gruppetto di giovani sono lì all’appuntamento. Con Tugdual Derville (ventisei anni) che ha creato l’associazione due anni fa, Sophie (23 anni) e Cécile (24 anni) montiamo sul pulmino «A braccia aperte» ; accompagniamo Pierre, un bambino di nove anni, gravemente handicappato, molto agitato; a stento riusciamo a non fargli togliere le scarpe. Partiamo verso un centro specializzato dove dobbiamo prendere Hocine e Emmanuel.

Hocine e Emmanuel vivono tutto l’anno qui al centro, in un reparto di rieducazione dove ci sono 70 bambini. Appena arriviamo, i bambini ci corrono incontro: molti di loro hanno già passato dei week-end con «A braccia aperte». Hocine è in carrozzella; ha 11 anni, ha una paralisi cerebrale (spasticità). È intelligente, non può coordinare i gesti e si esprime con molta fatica. Emmanuel è sordo, non parla, ci vede poco e si sposta solo a gattoni. Ha nove anni. Le famiglie di Hocine e di Emmanuel possono accoglierli a casa solo raramente.
Restiamo un po’ di tempo per dire buongiorno ai bambini; Tugdual chiede notizie alle assistenti, alle infermiere.
Manca solo Marina che andiamo a prendere a casa, a Neuilly; anche lei è in carrozzella, è paralizzata.
E hop! Filiamo verso Sailly, a 60 Km a ovest di Parigi, con un’ultima fermata al supermercato per fare, insieme, la spesa per due giorni. Ci hanno prestato una casa in un residence in mezzo a un parco. È la 35 a casa prestata all’associazione da quando essa esiste.

Tugdual, come ti è venuta questa idea?

È un’idea maturata insieme agli altri. Personalmente ho avuto un colpo di fulmine per questi bambini. Tutto è cominciato a Lourdes.
Sette anni fa, ho partecipato ad un pellegrinaggio nazionale; facevo il servizio in un reparto di bambini handicappati. Ho scoperto quanto mi arricchiva vivere con loro. Nello stesso tempo ero a disagio per gli sguardi di certe persone. Sentivo dire (e i bambini sentivano con me): «Per fortuna che i miei figli non sono così!» Mi sembrava evidente che bisognava andare al di là della pietà per vivere accanto a loro con uno sguardo di amicizia e di gioia.
Durante l’anno, mi sono impegnato come volontario in un ospedale. Molti bambini del reparto avrebbero potuto uscire, ma non avevano mai visite. D giorno di natale ho saputo che Sebastiano era morto. Era un bimbo di due armi. Non era mai uscito dall’ospedale.
Poi ho conosciuto l’associazione «Il bambino alla porta» con Bernard Raboine. Questa esperienza ha segnato profondamente la mia vita. L’idea si è fatta strada, si è maturata con gli amici: Florence, Philippe, Piluca, Agathe. Presto Nicolas, Hedwige, Anne-Constance e altri si sono uniti a noi. In Aprile dell’86 l’Associazione «A braccia aperte» vedeva la luce ufficialmente.

Quali bambini accogliete in priorità?

Accogliamo bambini che hanno handicap diversi e spesso multipli (mentali e fisici). Alcuni sono abbandonati e dipendono dalla DASS (1), altri vivono a tempo pieno in istituto perché la famiglia è lontana o incapace di assumerne la presenza; altri vivono fra centro e famiglia che ha bisogno, ogni tanto, di riposo (i genitori attraversano periodi di stress o di depressione).
Certo, una priorità viene data ai bambini o ai genitori che hanno una situazione particolarmente difficile. Un bambino senza famiglia ha bisogno di maggiore fedeltà; i genitori, particolarmente stremati, chiedono un aiuto d’urgenza.
Emmanuel oggi è ancora difficile e c’è nel suo cuore tanta angoscia. Quando lo abbiamo conosciuto era prostrato, violento, depresso. Nessuno poteva avvicinarlo: rifiutava ogni contatto. Poco alla volta ha accettato la nostra amicizia. Di ritorno dai week-end, piangeva molto al momento di lasciarci. In questi due anni ha attraversato momenti veramente difficili, rompeva tutto. Oggi sembra più sereno e se la cava meglio. Quando l’anno scorso ha perso un occhio, è stato trasferito in un altro ospedale e ho capito, durante questo periodo d’assenza, quanto gli volessi bene. Sono andato a trovarlo dopo l’operazione e ho giocato con lui a gattoni nel corridoio sotto gli occhi meravigliati delle infermiere.

Chi sono e come arrivano gli accompagnatori?

Sono giovani, studenti. Qualcuno lavora. Sono già 120 e si sono trasmessi l’invito l’un l’altro.
Mentre prepariamo il pranzo, chiedo a Cécile come le era venuta l’idea di venire e mi ha risposto:
«Si vive per gli altri! Voglio dire, anche per loro! Se no, ci si ripiega su se stessi e si crede di essere le persone più infelici della terra!».
Sophie ha 23 anni; è ingegnere informatico. Da quando ha 13 anni pensa alle persone handicappate: «Ho visitato negli Stati Uniti i parchi nazionali. È splendido. Pensavo: Che fortuna vederci! Se fossi cieca… Due chilometri più in là, c’era un sentiero riservato alle persone cieche o a quelli che non erano ciechi e ai quali si faceva fare l’esperienza della cecità: «Chiudete gli occhi e lasciatevi guidare!».
Mi è sembrato durante questo week-end che Sophie e Cécile si erano veramente lasciate guidare da questi bambini che le avevano prese per mano.

Come vive la vostra associazione?

Le case vengono prestate. Ogni gruppo viene con lenzuola, coperte, il vitto, un fondo cassa.
Ai genitori chiediamo 40 Fr. al giorno per ogni bambino. Molti non possono dare questa cifra e la spesa si aggira intorno ai 170 Fr. al giorno. La Fondazione di Francia, Radio Notre Dame, il Rotary Club, ci hanno aiutati.
Alcuni amici hanno organizzato per noi delle «Ciotole di riso», delle rappresentazioni sceniche.
(Ciotole di riso è modo diffuso in Francia per trovare soldi. Si invitano a cena gli amici e si offre loro solo una ciotola di riso, scondito. Se vogliono danno in cambio il prezzo di una cena al ristorante per aiutare tale o tal’altra iniziativa.)

Hai sacrificato molte cose per «A braccia aperte»?

Ho l’impressione di aver trascurato cose molto secondarie e scoperto cose essenziali: l’amicizia è possibile con persone molto diverse. All’inizio si ha l’impressione di aiutare ma i bambini mi hanno insegnato molto sull’uomo, su me stesso. Imparo da loro l’apertura agli altri, a vivere una vita nuova. Sono fiero dei bambini di «a braccia aperte».

Quali difficoltà avete incontrato o incontrate?

Tendiamo verso un ideale e ci si sente così lontani. Nel campo dell’educazione, abbiamo molti interrogativi. Per esempio: quali gesti di autorità possiamo avere nei confronti dei bambini? A volte, un atto di autorità è il segno del rispetto e dell’amore che si ha per il bambino, a volte è il segno della nostra impotenza o della nostra collera.
Un atto di autorità può essere segno dell’amore e del rispetto per il piccolo, o segno di collera e impotenza.
Un’altra difficoltà: succede che non siamo abbastanza disponibili verso i nuovi accompagnatori, perché i bambini hanno bisogno di molta attenzione, di molto tempo. Per risolvere questi problemi bisogna formare un’équipe molto unita e responsabile. Penso che ci arriveremo progressivamente. Ognuno ha il suo posto, il suo ruolo. È necessario perché i compiti amministrativi sono molto pesanti.

Come possiamo aiutarvi?

Abbiamo bisogno di doni in denaro per accogliere i bambini. Cerchiamo una casa abbastanza vicina a Parigi. Questa ci eviterebbe le ricerche ogni week-end, il trasporto di lenzuola e coperte. Sarebbe la casa dei bambini e la nostra.
E soprattutto abbiamo bisogno delle vostre preghiere perché «A braccia aperte» diventi veramente una comunità sempre più capace di amare. E quello che chiediamo ogni volta che il nostro gruppo si riunisce a pregare.

Cécile d’Ermitanis, 1988 – O. e L. n. 74

 

A braccia aperte ultima modifica: 1988-09-20T14:21:32+00:00 da Redazione
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