Ci avviciniamo alla sessantina. Teresa sta per festeggiare i suoi 29 anni.
Siamo venuti a Roma nel 1964 con i nostri quattro figli. Tre, uno dopo l’altro, hanno lasciato la casa. Ritornano spesso, telefonano alla sorella, le scrivono da una parte o dall’altra del mondo; ma chi resta a casa con mamma e papà? È Teresa.
A prima vista Teresa conduce la vita normale di una ragazza. È stata fortunata: ha potuto frequentare un corso professionale aperto a tutti, effettuare tirocini di lavoro in ospedale e in asili nido, ottenere un posto di lavoro: è portantina (1) al servizio di neonatologia all’ospedale San Giovanni. Ha preferito lavorare in ospedale piuttosto che in un asilo nido e l’ha ottenuto. È considerata impiegata anche se, nei fatti, si verificano piccole «protezioni».
Ha lo stesso stipendio degli altri. Ha lo stesso ritmo di lavoro degli altri. Ha dovuto adattarsi all’ambiente di lavoro: alzarsi presto al mattino, essere puntuale, non dimenticare di timbrare il cartellino, fare i compiti richiesti, ecc.
L’ambiente di lavoro, da parte sua, ha studiato il suo comportamento e le sue capacità. Si è verificato che il lavoro di mattina è molto più proficuo di quello del pomeriggio: la mattina c’è più da fare e con lei ci sono due colleghe, la caposala è più presente. Il lavoro è sempre lo stesso e ormai Teresa lo conosce bene. Invece di pomeriggio, il lavoro è variabile e richiede più conoscenza dell’ospedale, più iniziativa; Teresa si sentiva disorientata, angosciata e si rifiutava di fare i lavori che non conosceva bene. Dunque, invece di fare, come le altre portantine, due settimane di mattina e una di pomeriggio, Teresa va al lavoro sempre di mattina. Le colleghe non considerano questo come un privilegio, mentre a lei ciò consente di programmare un’attività regolare di dopolavoro.
La caposala ha saputo scegliere compiti in linea con le possibilità e i gusti di Teresa, con materiale adatto alle sue mani piccole. Pulisce e mette in ordine la camera del medico di guardia, pulisce la «nursery» e qualche culla. In certi giorni aiuta la collega preposta a mettere in ordine la biancheria dei neonati. Questi compiti sono intervallati da momenti di riposo e dalla merenda. Certo, quando era tirocinante puericultrice, puliva e vestiva i neonati; con l’assunzione ciò non è stato più possibile anche se il caporeparto lo avrebbe voluto, ma nel sistema rigido dell’ospedale sembra quasi impossibile; e Teresa, se da una parte si sente rassicurata di fare sempre lo stesso compito che conosce bene, dall’altra esprime talvolta il desiderio di fare qualcosa di nuovo dove poter dimostrare altre capacità.
Ha preferito l’ospedale all’asilo nido per due ragioni: si sente più a suo agio con i neonati che con i bambini di uno o due anni già «contestatori»; inoltre l’asilo nido è un universo quasi completamente femminile. All’ospedale incontra altri operatori, giovani medici. Tutti sono cortesi e premurosi con lei e questo è per lei di grandissima importanza. Le permette di sognare… E spesso Teresa sogna troppo, si chiude in se stessa per meglio sognare da sola sia nei momenti di riposo all’ospedale che in casa.

La battaglia non è mai finita

Le colleghe sono gentili, ma certe volte non sanno come rispondere alla doppia richiesta di Teresa che ripete: «Sono adulta, ho 28 anni, faccio come mi pare, sono come tutte le altre» (dixit) e d’altra parte questa è un’implicita domanda di affetto e di protezione. Qualche volta, specialmente quando è stanca, nascono delle tensioni.
L’atteggiamento di Teresa verso il lavoro è cambiato: dal divertimento dei primi tempi (lavoro come gioco e rapporto di amicizia con i colleghi) è passata a una visione più realistica e più matura: il lavoro è una necessità spesso vincolante ma dà statuto sociale di adulto che la rende non diversa dagli altri. Insomma questa integrazione nel mondo del lavoro è stata indubbiamente benefica per Teresa. In famiglia o in ambiente troppo protettivo, non avrebbe potuto rendersi conto che la vita è difficile per tutti, che ognuno ha i suoi problemi, che «lavorare stanca».

Così Teresa a poco a poco matura, si costruisce una filosofia; dice spesso: «Tutti hanno problemi, tutti possono sbagliare».

Così Teresa a poco a poco matura, si costruisce una filosofia; dice spesso: «Tutti hanno problemi, tutti possono sbagliare».
E Teresa ogni giorno torna stanca dall’ospedale, mangia poco perché è molto attenta alla linea e non è golosa (come si dice di tutti i trisomici).
Ma, certo, ha la «pigrizia» tipica dei mongoloidi (anche se non sappiamo cosa sia esattamente). Teresa ha bisogno di essere sempre spinta, incoraggiata e valorizzata. D’altra parte non è velleitaria, è molto volonterosa. Quando ha voglia, è capace di superare molti ostacoli di ogni tipo, anche intellettivi.
Per evitare la fuga nell’irreale, facciamo in modo che ogni pomeriggio Teresa abbia un’occupazione ben precisa. Due giorni alla settimana va in piscina. Le piace il nuoto e poi è sempre piacevole nuotare sotto gli occhi di un maestro ammiratissimo.
Un pomeriggio per settimana frequenta un laboratorio di ceramica dove un maestro — è sempre bene avere un maestro simpatico — insegna a un piccolo gruppo di persone a creare oggetti; il lavoro della mattina è utile ma non creativo.
Un altro giorno, un’amica, meravigliosa insegnante, la fa studiare. Teresa aveva fatto un grosso sforzo per sostenere l’anno delle «150 ore» e per ottenere poi il diploma di puericultrice. Però ben presto gran parte di questo sapere acquistato forse troppo velocemente per la sua personalità, si è come cancellato. Con grande pazienza, coraggio, tenacia, l’amica Luisa le insegna e l’incoraggia a esprimersi. Lo scopo principale delle lezioni è di renderla capace di leggere da sola un brano, capirlo e raccontare agli altri di che si tratta sia per iscritto che oralmente. Questo ci sembra di grande importanza per lo sviluppo della personalità e per il rapporto con gli altri.

Con noi Teresa rifiuta qualsiasi esercizio di tipo scolastico salvo due eccezioni: ogni mese verifichiamo insieme i conti della banca: il suo stipendio, le spese che ha pagato con assegni. Solo dopo essere stata pagata ha cominciato a capire le nozioni di centomila, di un milione e così può seguire quanto guadagna al mese, quanto spende, quanto guadagna all’anno, quanto costa la piscina, la ceramica. Poiché non è sensibile alle nozioni astratte, bisogna ancorare tali nozioni sul concreto e possibilmente sul concreto che a lei interessa. Un altro esercizio facciamo insieme: leggiamo qualche pagina, poi lei la detta a me, che sono poco pratica della lingua italiana. È commovente l’applicazione che mette nel pronunciare, nel far sentire gli accenti, le doppie, proprio come una maestra a scuola.
Per tutti noi il tempo della scuola e dell’università è un tempo privilegiato perché ogni giorno incontriamo compagni e amici. Il mondo del lavoro è tutto diverso: ognuno ha i propri interessi, i propri amici. Teresa non può pretendere di fare amicizia con tutti i colleghi, con tutti i medici, e questo è stato ben difficile da accettare!

Le mancano questi grandi gruppi di amici. D’altra parte anche dal gruppo scout, che le ha dato tanto, si è per forza allontanata.
Ha delle amiche, ma non le vede ogni giorno. Ormai Teresa ha capito e accettato che non si sposerà perché si rende conto perfettamente che non è in grado di assumere una famiglia, di impegnarsi per tutto il futuro (Il matrimonio significa anche questo no?).
Ancora adesso, ogni tanto dice «Quando mi sposerò!» ma non ci crede veramente. Però c’è in lei una disperata ricerca della persona che l’ami… «una volta… mi proteggerebbe…» e scrive i nomi di quelli che sogna… Li troviamo scritti in commoventi biglietti certe sere di ritorno da visite ad amici. Psicologhe consultate hanno risposto: «Va bene, è normale; perfetto che riesca ad esprimersi. È come tutte le signorine della sua età che vivono con i genitori!».
Ma… la soluzione a questa frustrazione? Credo che non potrà mai avere un suo uomo. Allora tanti amici, tante amiche… e il tempo passa. Verso i quarantanni avrà già la menopausa, e andrà piano piano invecchiando. Tentiamo di renderci abbastanza forti per sostenere anche questo futuro.

È vero che lottiamo per fare progredire i nostri figli, per farli andare avanti. Disfatta o vittoria, la battaglia non è mai finita; ogni progresso risolve certe difficoltà e apre la porta ad altri problemi. È importante non disperare, non perdere la fede nella vita… e che Dio ci aiuti!

(1) Malgrado il diploma di «Ausiliaria Puericultrice» la nomina fu fatta per chiamata diretta nell’anno dell’handicappato (1981) come «Ausiliaria addetta alle pulizie-guardaroba».

Marta e Jean Buffaria, 1987

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.17, 1987

Sommario

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Rubriche

Dialogo aperto

Teresa, una storia di lavoro integrato ultima modifica: 1987-03-21T13:25:48+00:00 da Redazione
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