Giampiero ha 33 anni, ha la sindrome di Down ed è l’ultimo di cinque figli. La fede dei suoi genitori è divenuta la sua fede a mano a mano che cresceva.
Quando i suoi genitori hanno cominciato a chiedersi quale sarebbe stato il posto più adatto per Giampiero adulto, egli ha espresso il desiderio chiaro di condividere con altri una vita di preghiera. Per questo essi hanno cercato un luogo dove vita di lavoro (un lavoro vero e a sua misura) e vita di preghiera fossero realmente legati insieme.
Un monastero di carmelitane da ormai più di dieci anni ha accolto Giampiero come aiuto agricolo.
La suora che si occupa della fattoria e che gli è stata vicina nei primi anni, ha accettato di scriverci la vita di Giampiero divisa fra casa e convento.

Al lavoro!

«Giampiero!»
«Arrivo!»
E arriva, più o meno presto, ma quasi sempre sorridente e pronto a dare una mano dove c’è bisogno.
Si dà una certa importanza quando dice: «Aiuto tutti, faccio tutto!», ma è vero che ha un suo vero lavoro: è capace di sarchiare, sa falciare l’erba, pulisce la conigliera e il pollaio. D’inverno dà da mangiare alle bestie in stalla; aiuta nel laboratorio di ceramica; sa rivoltare la terra, sa fare pacchi ecc.
Come succede a noi, certi lavori l’attirano di più, altri meno. Quando insisto, li fa, anche se non sempre volentieri, ma senza lamentarsi o brontolare e quando finisce, ritrova il sorriso.
Ha i suoi momenti buoni, quando vede che c’è molto da fare, la fine settimana o prima delle vacanze chiede di alzarsi prima.
Di solito non glielo permettiamo perché la buona volontà non gli faccia superare le sue possibilità: sappiamo che se è stanco non ce la fa a lavorare. Ma quando si mette in testa di farlo, si alza di nascosto.

Il suo mondo

Giampiero ha un buon carattere, ma anche i suoi momenti brutti. Allora si fa triste.
«Che cosa c’è, Giampiero?»
«Niente va bene, ma devo dirle…».
Ci si spiega, mettiamo le cose a posto.
Il calcio spesso lo rende triste. Se i francesi perdono, è una catastrofe. Cerchiamo di farlo ragionare: «Non puoi pretendere che si vinca sempre!» Poi parliamo d’altro e allora ritrova il sorriso.
La sua vita è ben organizzata. Ha il suo lavoro ma anche dei passatempi. Quando mangia, accende la radio, ascolta le notizie e allora ci chiama: «Venite, presto, c’è una notizia terribile…». Sa distinguere bene se le cose vanno bene o no. Dopo pranzo suona il flauto, discretamente.
Suona con perseveranza ed è sempre alla ricerca di canti nuovi. Ce li suona in cappella, dopo la messa. Alla sera ha molte cose da fare. I suoi genitori gli danno dei compiti perché non perda quello che ha imparato; poi scrive cartoline, suona, ascolta i dischi, copia i canti.

La vita di preghiera

Se una domenica non va a casa, sa organizzarsi bene la giornata tra le sue cose.
Giampiero ha deciso di venire alla messa con noi una volta la settimana, il giovedì. Ma cambia giorno continuamente perché la messa è un modo per lui di festeggiare le feste di compleanno dei genitori, dei fratelli, dei nipoti… Segue la messa con molta serietà, indossa la tunica bianca, partecipa ai canti. Ci stupisce il suo atteggiamento raccolto alla consacrazione, alla comunione.
E’ veramente aperto alle cose di Dio. Spesso lo troviamo in cappella durante la giornata a pregare, la testa fra le mani…
Quando si accorge che c’è fra noi qualche preoccupazione, ci dice:
«Vado a pregare» e siamo sicure che lo farà. Lo abbiamo visto andare solo in cappella, inginocchiarsi vicino all’altare, in silenzio. Quando ritorna da un pellegrinaggio a Lourdes, o a Roma, è raggiante, felice di raccontare. Prepara quella che lui chiama una «conferenza» e arriva con in mano un foglietto. Se lo interrompiamo, ci dice:
«Aspetti, suora, finisco! Dopo risponderò alla sua domanda». Capiamo da quanto ci dice che partecipa profondamente alle attività del pellegrinaggio.

La vita di famiglia

Giampiero sta bene fra noi, ma è felice quando, alla fine della settimana, ritorna fra i suoi. Forse, se non avesse questo rientro a casa, non vivrebbe così bene qui.
Se per caso una domenica non può andare a casa, subito ne risente. Ha bisogno di rivedere i famigliari, di giocare a pallone con i nipoti. E’ felice di partire ed è contento di tornare: questo è bello.
Sul suo adattamento alla vita di convento, ha influito molto il rapporto della famiglia con il convento. Non è per disfarsi di lui che i genitori ce lo hanno messo, ed è contento di stare qui perché la famiglia si interessa di lui: deve scrivere ogni giorno su un quaderno tutto quello che fa, e noi, alla fine della settimana, mettiamo un giudizio e sottolineiamo quel che ha fatto bene e meno bene.
Questa cosa è per lui importantissima; sa che i genitori guarderanno con molta attenzione le note, gli faranno delle domande. Capita che ci chieda di mettere un buon giudizio promettendo di fare meglio in seguito. Cediamo di rado. «Sai, gli diciamo, bisogna dire la verità; quando è bene è bene, quando è male, bisogna dirlo».
I suoi genitori ci hanno dato dei suggerimenti molto validi per prenderlo bene, per regolarci meglio di fronte a certe sue reazioni. Essere buone ma ferme, ci dissero all’inizio, e vediamo che la fermezza lo aiuta a progredire. Molte volte, dopo aver cercato invano di fargli capire che aveva torto, ci siamo separati senza risultati. Dopo un po’ ritornava: «Ci ho pensato, ha ragione lei!» E poi: «Fa niente, fa bene, forma il carattere!»
«Ma a chi?»
«A tutti e due!» e se ne va felice.
Non ci siamo mai pentite di aver accolto Giampiero.
Non ci siamo mai pentite di aver accolto Giampiero, ma siamo coscienti di quello che gli manca in un ambiente tutto femminile e del rischio di superprotezione fra casa e convento!
Siamo coscienti che dobbiamo aiutarlo a diventare sempre più «adulto». Scriviamo le nostre preoccupazioni ai genitori, ne parliamo insieme e scopriamo che anche a casa si comporta come qui, con alti e bassi, con le sue timidezze e le affermazioni di sé. Così possiamo capirlo meglio. Quando i genitori vengono qui per una giornata, per lui è una grande gioia; fra noi e loro c’è una bella amicizia. Tutta la famiglia al completo è venuta per festeggiare il suo decimo anno fra noi. Alla messa, testi e canti scelti da lui, preghiere composte e lette da lui. Dopo un pranzo di festa, abbiamo fatto vedere le diapositive che lo riprendono nelle sue attività qui in convento.
Per Giampiero, il monastero è una seconda famiglia tanto che lui dice di far parte della Comunità. Un giorno, tutto serio ci ha chiesto se poteva votare «Ma per che cosa?»
«Quando si farà la nuova superiora!»
Per noi, è una gioia aver incontrato Giampiero. Ci dà la sua gioia di vivere, la sua allegria, il suo affetto, e noi ammiriamo la vita di Dio in lui.

di Suor M., articolo tratto da Ombres et Lumiére n. 62-63, 1983

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.16, 1986

Sommario

Editoriale

Prepariamolo a vivere con gli altri di Maria Egg
Tutto quello che ha fatto per noi di Brunella D'Amico
Ora che sono sola… non sono più sola di Luisa Spada
Festa in casa con lui di Rita Ozzimo
Perché ho dato una mano di O.B.
Il convento: una seconda famiglia per Giampiero di Nicole Schulthes
Vederli migliorare di Sergio Sciascia

Rubriche

Dialogo aperto
Vita Fede e Luce

Libri

Quando arrivano i "Fatt’ Curagg" di E. Teresa Biavati
Come i cerchi nell’acqua di Carla Piccoli Dal Maso
Vivere l'ultimo istante di Christiane Jomain

Il convento: una seconda famiglia per Giampiero ultima modifica: 1986-12-27T11:41:26+00:00 da Redazione
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