Faceva un freddo cane quella domenica di gennaio di nove anni fa, quando cominciò questa nostra storia.
Avevamo imbacuccato i nostri figli e andavamo a Messa. Sulla piazza della chiesa alcune famiglie di nomadi chiedevano con insistenza un aiuto. La maggior parte dei passanti dava qualche soldo. Guardando quei piccini semi-svestiti intirizziti imploranti, non potevamo restare indifferenti, anche per il confronto con i nostri due figli ben coperti nutriti protetti.

Il primo impulso fu di liquidare la situazione con qualche lira, ma subito pensammo alla Messa e al Cristo, che si immedesima con i poveri che vi avremmo incontrato di lì a poco. Ci venne l’idea di condividere il nostro pranzo con quelle persone e poi, nei limiti del possibile, di rivestirle.
I nomadi accettarono la nostra proposta, purché fossimo tornati a prenderli dopo il tocco. Ma quando tornammo nella piazza all’ora convenuta non trovammo nessuno. Passarono i mesi. Il ricordo di quell’episodio svaniva, insieme al turbante convincimento di aver dato una risposta inadeguata al bisogno dei poveri incontrati.

Durante l’estate cominciammo a ragionare sul nostro desiderio di avere un altro figlio.
Un giorno di settembre ci capitò di leggere in un settimanale un appello disperato per una piccola handicappata abbandonata. Ci guardammo negli occhi: quella sarebbe stata nostra figlia, anche se sentivamo quanto sarebbe stato difficile l’allargamento del concetto di paternità e maternità che sarebbe occorso.
Fin dal primo passo che muoviamo, sentiamo già nostra quella bambina, anche se la burocrazia deve ancora fare la sua strada. Finalmente incontriamo la « nostra » bambina nell’istituto. L’assistente si stupisce per il nostro entusiasmo e ci avverte del male che faremmo se ci pentissimo della scelta e riportassimo la bambina in istituto.
Entrata nella nostra casa, la piccola, pur con tanti sacrifici e problemi, diventa per noi un dono incomparabile e un inno alla vita di cui ringraziamo Dio. Ormai è con noi da nove anni, ma l’emozione maggiore che ci viene dalla sua presenza fra noi è di qualche tempo dopo. In una delle visite programmate, l’assistente sociale ci dice che ha potuto avere notizie sulla nascita della bambina: è figlia di una zingara ed è nata proprio quella fredda domenica di gennaio, nella quale avevamo pensato di invitare a pranzo quei girovaghi.

Virginio e Marisa, 1985

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.12, 1985

Editoriale

Natale a Lubiana di Mariangela Bertolini

Dossier: Lo sguardo, un messaggio

«Bocca ride, occhi non buoni» di M.H. Mathieu
Il peso degli sguardi
- Chi viene ignorato
- Voi che avreste fatto?
- Sguardi cupi, tristi, freddi
- Primo sorriso
- Sanno subito se li amiamo
- Esitano e poi...
- Il peso degli sguardi
- Questa arma che ci portiamo addosso

Altri articoli

Quella fredda domenica d’inverno di Virginio e Marisa
Qui "integrazione" non è una parola di Sergio Sciascia
Le condizioni per una scuola così di Nicole Schulthes
Il bambino difficile di M. T. Mazzarotto

Rubriche

Dialogo aperto n. 12
Vita di Fede e Luce n. 12

Libri

Incontro Gesù di Jean Vanier
112 suggerimenti per un corretto rapporto con gli handicappati

Quella fredda domenica d’inverno ultima modifica: 1985-12-25T12:45:57+00:00 da Redazione
Shares
Share This

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi