Essere padre, essere madre non è mai semplice. È un’esperienza alla quale nessuna scuola prepara veramente. A pensarci bene, occuparsi, soprattutto la prima volta, di un altro essere umano, di un bambino piccolo, da il capogiro… Ma c’è la fiducia, c’è l’amore, c’è la speranza! La maggioranza degli sposi divengono genitori «spontaneamente», senza troppe difficoltà, il che non esclude gli errori di ogni giorno… dovuti all’inesperienza.

Il discorso è diverso per coloro i quali, senza che alcuna forza e preparazione particolare, si ritrovano un giorno padre e madre di un bambino segnato da un handicap fisico o mentale, sia in seguito a una malattia, sia per un incidente. Le reazioni che seguono una così dolorosa presa di coscienza sono diverse. Ma una tentazione sopravviene spessissimo: sentirsi meno responsabili di un bimbo il quale invece esigerà nello stesso tempo più rinunzie e più competenza. Si presenta ora che ci si sente feriti nella speranza e frustrati nella gioia immaginata di un bambino che ci assomigliasse, che addirittura fosse migliore di noi.
Sentirsi meno responsabili! Le situazioni che ci chiedono un impegno che non possiamo dare generano solitamente questo sentimento di rivolta parziale. E’ un po’ come se Dio ci avesse dato troppo poco per un compito troppo grande. E’ come se la Provvidenza ci avesse messo in una condizione ingiusta e noi rivoltandoci contro questa ingiustizia, ci considerassimo meno partecipi, meno «madre vera», meno «padre vero».

Allora si cerca di fuggire. Fughe discrete, nascoste a volte dalla coscienza stessa

Allora si cerca di fuggire. Fughe discrete, nascoste a volte dalla coscienza stessa: ben presto si diventa ipercoscienti dei propri limiti, della propria stanchezza, della propria incapacità e si trova una scusa per tentar di non vedere, di dimenticare, di rinunziare almeno in parte alla lotta quotidiana; ben presto si tende a esagerare la competenza altrui, soprattutto quella degli «specialisti», del medico, dello psicologo, dell’educatore, del prete e si chiede loro più di quanto essi possano dare. Con alti e bassi… E, sotto sotto, come un richiamo mai spento: l’avvilimento.
Non ci sono ricette miracolose, ma tutte le testimonianze, tutti gli scambi, tutte le lettere che sono il tesoro della redazione di Ombres et Lumière convengono su questo punto: la vera educazione del ragazzo handicappato comincia quando i genitori, con molta semplicità, accettano di essere pienamente responsabili del loro figliolo.
Da questo momento, raggiunta questa sorta di tappa interiore, si cerca di non trascurare ciò che si può fare da soli, ciò che si può imparare a fare, quello che si può far fare.

Ma è una tappa che non si può affrontare da soli. Con l’appoggio di Dio, della sua grazia, si può divenir capaci dello sforzo che ci spaventa. Così il primo passo verso la responsabilità non è un indurimento morale né un ripiegamento su se stessi, ma un’apertura all’Altro per eccellenza, il più lontano ma anche il più vicino, più vicino al nostro io di noi stessi.
Questa apertura all’Altro esige, per così dire, l’apertura a tutti gli altri anche se, come talvolta succede, è l’amore di un bambino piccolo che ci fa scoprire quello di nostro Padre. L’apertura del cuore alla tenerezza di Dio implica l’apertura alla comunità familiare, a tutte le amicizie, alla comunità cristiana.

E poi, si aiutano più facilmente coloro che combattono con valore di coloro i quali si scoraggiano presto. La completa responsabilità dei genitori attira, si può dire «forza» le amicizie. Non è un calcolo da fare; è un frutto da aspettare con fiducia.
Da aspettare con fiducia… tenendo sempre a mente che non ci si assume una responsabilità così grande una volta per tutte, senza contraccolpi, senza momenti di vuoto interiore, senza periodi di scoraggiamento, senza errori pedagogici. «Non importa un granché cadere, se si cade salendo».
Per di più, la responsabilità assunta liberamente aumenta l’efficacia della collaborazione con gli specialisti, medici, psicologi, educatori. Essi non si comporteranno nella stessa maniera con genitori decisi a imparare, a studiare, ad agire e con i genitori troppo stanchi o troppo passivi. Qui, ancora, occorre trovare un equilibrio per non chiedere allo specialista più di quanto possa dare… né di meno.

Nel momento in cui i genitori accettano di assumersi pienamente le loro responsabilità, paradossalmente, scoprono quanto l’altro, tutti gli altri, possono offrire loro.

-di Marie Hélène Mathieu, 1984 (da Ombres et lumière N.24)

Marie-Hélène Mathieu è nata il 4 luglio 1929 a Tournus in Francia. Educatrice specializzata, allieva di padre Henri Bissonier, ha fondato l'Office Chrétien des Personnes Handicappées (1963), poi Ombres et Lumière, rivista cristiana delle persone portatrici di handicap, delle loro famiglie e dei loro amici. Ha creato, nel 1968, con Jean Vanier il movimento Foi et Lumière. Membro del Pontificio Consiglio per i Laici dal 1984 al 1989 è stata la prima donna a tenere una Conferenza di Quaresima a Notre- Dame di Parigi (1988), ed è Cavaliere della Legion d'Onore. Autrice, tra l'altro, di Dio mi ama così come sono (Effatà, Cantalupa 2002), Mai più soli,L'avventura di Fede e Luce, (Jacabook, 2012).

Marie-Hélène Mathieu

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.8, 1984

SOMMARIO

Editoriale

Ritrovarsi genitore di un bambino handicappato di Marie Hélène Mathieu

Articoli

Essere forti per lei di J. Michel e F. Bouchoud
Ed era la nostra consolazione di Roberto Mezzaroma
Natale del mio cuore di Camille Proffit
So quel che non bisogna fare Intervista a Marie-Odile Réthoré
E gli altri figli? Bisogna a ogni costo che... di Marie-Odile Réthoré
Prima che sia tardi di Sergio Sciascia

Rubriche

Dialogo aperto n. 8
Vita Fede e Luce n. 8

Ritrovarsi genitore di un bambino handicappato ultima modifica: 1984-12-31T17:49:22+00:00 da Marie Hélène Mathieu
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