Nella comunità dell’Arche in cui vivo, c’è Enrico, un ragazzo molto «povero», cieco e sordo. Per molti anni è vissuto in un ospedale e non ha mai avuto un vero rapporto con i suoi genitori. Ha il corpo rigido come se fosse legno e questo fa pensare a una grande tensione interiore. Il solo linguaggio con lui è quello del tatto: l’unico strumento possibile per comunicare. Enrico è capace di commuoverci, di risvegliare — con la fiducia con cui si affida a noi — il meglio di noi stessi; ma ho scoperto che può anche provocare in me un’aggressività molto, molto profonda.

Cerchiamo di non aver paura di penetrare nella nostra fragilità e di scoprire il povero che è in noi.

E’ un’esperienza dolorosa scoprire che siamo capaci di far del male a una persona debole (soprattutto quando desideriamo esserle vicini). Accade che non sopportiamo più la persona che ci disturba, che ci dà l’angoscia, che ci blocca interiormente; sentiamo che diventiamo aggressivi. Scopriamo allora qualche elemento della nostra violenza interiore.
Questo «lupo», come io lo chiamo, è in ognuno di noi; c’è sempre qualcuno che vogliamo divorare.
Il blocco arriva (talvolta è meglio essere bloccati) quando sentiamo quell’irritazione così forte che abbiamo voglia di spaccare tutto. E’ terribile quando il debole ci fa scoprire che non sappiamo offrire né presenza, né ascolto, né amore. Il «piccolo» può rivelarci che abbiamo un cuore capace di amare, ma anche che ci sono in noi delle forze di rifiuto. E’ il dramma quando si è buoni cristiani e si incontra la miseria. Soli, possiamo credere di essere dei santi, ma quando incontriamo il povero, lui ci rivela la difficoltà che dobbiamo condividere. E’ una cosa molto dura da sopportare; per questo si fanno i ghetti: per non vederli più.

So che sono un insieme di amore e di odio, di luce e di tenebra e, attraverso questa rivelazione, sono capace di crescere.

Eppure, quando scopro che il mio cuore non è bello, mi si fa luce dentro. Non si può scappare. E’ un controsenso essere sporchi e credere di essere puliti. Se si è sporchi è meglio saperlo perché allora si può cominciare a progredire. Non c’é più bisogno di vivere nell’apparenza. So che sono un insieme di amore e di odio, di luce e di tenebra e, attraverso questa rivelazione, sono capace di crescere.

La violenza silenziosa

Alcune persone, apparentemente non violente, lo sono invece in modo incredibile.
Conosciamo tutti la parabola del buon samaritano. Un uomo è per terra, colpito a morte. Un prete passa, lo guarda, toglie lo sguardo e prosegue. Un levita fa lo stesso. Senza dubbio hanno avuto paura di impegnarsi. E’ una forma di violenza non fermarsi accanto a chi è nel bisogno.
La chiamo violenza «silenziosa», la violenza del ricco. Per me il ricco è chi «se la cava» da solo: non chiede aiuto e non ne dà a nessuno. Il povero non è solo il povero di denari: è lo schiacciato, chi grida aiuto: può essere una persona con un handicap fisico, una mamma che ha appena perso il figlio, un disoccupato che non trova lavoro, qualcuno molto fragile psicologicamente. In questo senso la nostra società è molto violenta: i «ricchi» hanno paura di essere disturbati; non sopportano le persone che potrebbero scuotere la loro sicurezza.

Ecco un altro esempio. Un bambino rientra da scuola con il cuore triste perché ha litigato con un compagno; oppure rientra tutto contento perché è stato lodato per un lavoro ben fatto e vuol raccontare la cosa al papà. Ma il papà è stanco, non ha voglia di ascoltare. Ecco, questa è una forma di violenza silenziosa: un papà che non riesce a scollarsi dalla televisione. E’ molto importante prendere atto di questa violenza segreta che è in noi, questa violenza che rifiuta di ascoltare perché ci si sente incapaci o troppo deboli. La persona contagiata da questo tipo di violenza ha spesso un cuore triste, frustrato o aggressivo.

Il nemico, chi è?

La violenza è sempre legata al nemico. Gesù ci ha detto: «Amate i vostri nemici, fate del bene a chi vi odia». Il problema per ognuno di noi, è identificare il nemico; è impossibile cominciare ad amare qualcuno se non sappiamo chi è. Ci sono persone che possono dire: «Io amo tutti». O sono dei grandi santi o vivono nell’illusione. Penso che sia piuttosto il secondo caso.
Il nostro nemico è colui — vicino o meno vicino — che ci blocca, che ci mette in pericolo, nel campo delle idee, della politica, nella vita pratica, che minaccia la nostra libertà, la nostra pace interiore. Può essere un genitore, anche un figlio, la persona che mi diventa «insopportabile».
Che cosa dobbiamo fare quando abbiamo identificato il nemico?
Di solito lo evitiamo.
Ma quando dobbiamo vivere con lui?
Diciamo sempre: «Non lo sopporto perché è antipatico, mi dà fastidio». Non diciamo mai: «Quello provoca in me delle reazioni che non sopporto». Lo condanniamo: non è bello, non è intelligente, senza ammettere che le difficoltà vengono anche dalle nostre angosce, dai nostri blocchi.

Gesù è anche in me povero

Cerchiamo di non aver paura di penetrare nella nostra fragilità e di scoprire il povero che è in noi.
Jung, lo psicanalista svizzero, scriveva a un’amica cristiana: «Vi ammiro, voi cristiani, perché nel povero vedete Gesù; lo vedete in chi ha fame e sete, in chi è in prigione o all’ospedale. Trovo questo molto bello, ma non capisco perché non vedere Gesù nella vostra povertà. Anche voi avete fame e sete di affetto, siete un po’ prigionieri o malati, siete nudi o stranieri». Perché Gesù deve essere solo nella povertà degli altri? Di fatto, cambia tutto se ci applichiamo le parole di Gesù e forse rifiuteremmo di meno gli altri se rifiutassimo di meno noi stessi.
Perché devo far sempre credere che sono il migliore quando so che non è vero? Sono come tutti gli altri. Non viviamo nell’idealismo. Siamo un popolo ferito.
Perché non posso riconoscere dentro la mia stessa povertà una presenza di Dio? La buona novella ai poveri che siamo tutti, è che Dio dimora nelle nostre ferite e Lui può pacificare le nostre collere e le nostre frustrazioni.

Camminare insieme

La fonte della pazienza scaturisce quando non sono più in collera contro la mia fragilità, contro i miei limiti. Allora mi è molto più facile accogliere l’altro e portare le sue debolezze. La scoperta e l’accettazione delle mie debolezze mi rende molto più vicino alla persona che ha un handicap. Non è più «Io sono capace, lui non lo è», ma «Io ho le mie fragilità, lui ha le sue», e così si fa l’uguaglianza; c’è come un’alleanza fra noi. Camminiamo insieme. Non devo più recitare per stare su un piedistallo. Allora si diventa umili. La comunione con Dio e il povero si fa solo nell’umiltà.
Di solito, nella Scrittura, Yavhé chiama e noi rispondiamo come Samuele : «eccomi». Nel capitolo 58 di Isaia, è il contrario: «Se sei vicino al povero, la tua ferita sarà cicatrizzata.

Cerchiamo di non aver paura di scoprire il povero che è in noi.

Griderai e Yavhé risponderà: Eccomi. La tua luce si alzerà nelle tenebre e l’oscurità sarà per te come il mezzogiorno. Sarai come un giardino innaffiato, come una fonte zampillante le cui acque non si esauriscono».

Amato così come sei

Il grande messaggio del Vangelo di fronte a questo mondo di povertà, di violenza, di collera, di ipocrisia, il «cuore» del Vangelo, è che Dio ci ama così come siamo. L’uomo in prigione è amato con le sue collere, le violenze, la sessualità mal formata. Il ricco è amato nella sua ricchezza. Quando abbiamo scoperto questo amore, può cominciare la prima guarigione della nostra violenza. Non abbiamo più bisogno di nasconderci le nostre debolezze né di cercare di dominarle. E’ nata una speranza, possiamo cominciare a condividere.

Il ricco è chi se la cava da solo: non chiede aiuto e non ne dà a nessuno

A proposito del giovane ricco, S. Marco dice: «Gesù lo guardò e lo amò». Quello sguardo diceva: «Sarò la tua sicurezza, ti amo così come sei, con le tue ambiguità, le tue fragilità. Allora, vendi quanto hai e seguimi». Il giovane non potè credere di essere amato così nel suo intimo. Preferì la sicurezza del danaro e del possesso. Facciamo fatica a credere che siamo preziosi ed importanti per Dio. Quando questa rivelazione tocca il nostro cuore, quando siamo sicuri che egli non ci giudica, che non ci condanna, ma che ci aspetta sempre, entriamo nella fiducia dell’amore.

Il perdono che guarisce

Nel Vangelo, la storia del figliol prodigo mi commuove sempre molto. Questo figlio è diventato così povero dopo aver sperperato la sua eredità da identificarsi con i maiali. Ritorna al padre con il sentimento di essere spezzato, di essere rovinato e fa l’esperienza meravigliosa di essere amato per quello che è. Il figlio maggiore, rimasto «fedele» non accetta l’accoglienza, la gioia del padre. Giudica; non ha toccato la sua propria miseria, allora non può capire la misericordia. Il più giovane, che è stato perdonato, non giudicherà più nessuno perché ha toccato la propria miseria.
La mia violenza comincia a sparire quando mi accetto per quello che sono sotto lo sguardo di Dio. Tutto si calma se accetto la mia mortalità, le mie ignoranze, i miei limiti, le mie incapacità, se accetto che ci sia un mondo di tenebre, di rancore in me come in tutti i figli di Adamo ed Èva.
Sono un peccatore e ho bisogno della riconciliazione. Scopro che è impossibile uscirne fuori da solo e mi rivolgo a Gesù: «E’ vero che sono pieno di durezza e di odio, ti chiedo perdono,’ abbi pietà di me».

-di Jean Vanier, 1984 da Ombres et Lumière N.64

Jean Vanier 
Dottore in filosofia, scrittore, leader morale e spirituale e fondatore di due importanti organizzazioni internazionali basate sulla comunità, "L'Arca" e "Fede e Luce", dedicate alle persone con disabilità, soprattutto mentale.
Le 135 comunità de L'Arca in 33 paesi e le 1600 comunità di Fede e Luce in 80 paesi sono dei veri e propri centri di trasformazione umana.
Per oltre quattro decenni, in prima persona, all'interno o all'esterno di queste organizzazioni, è stato un fervente difensore delle persone povere e ferite in seno alla nostra società. È stato membro del Pontificio Consiglio per i Laici e ha ricevuto il Premio Templeton nel 2015.
il 7 maggio del 2019 è tornato alla casa del Padre ed è sepolto nel piccolo cimitero di Trosly, luogo del primo foyer de L'Arche.

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Jean Vanier

L'Arche

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.7, 1984

Ombre e Luci n.7 - Copertina

SOMMARIO

Editoriale

Una verità difficile a dirsi di Mariangela Bertolini

Scuola

Un uovo, due uova di M. Grazia Granbassi
Classe "azzurro" di Madeleine Toussaint

Articoli

Quel lupo dentro noi di Jean Vanier
Il volontariato di Nicole Schulthes
Il nostro cucciolo di due metri di Betti Collino
Casa Jada di Sergio Sciascia

Rubriche

Dialogo aperto n. 7
Vita Fede e Luce n. 7 - Il convegno internazionale

Libri

Li fece uomo e donna, Jean Vanier

Quel lupo dentro noi ultima modifica: 1984-09-30T09:51:28+00:00 da Jean Vanier
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