Dopo le testimonianze di alcuni genitori di figli psicotici (qui e qui, per esempio) e il parere di due illustri studiosi (quello del prof. Pélicier e del prof. Duché) cerchiamo di tirare le somme dando alcuni consigli generali sulla gestione della psicosi infantile.

Indicazioni generali

  • Non lasciarsi bloccare dall’indifferenza. Nell’età in cui ogni bambino risponde agli stimoli affettuosi di chi lo circonda, il bambino autistico non esprime nulla in cambio: questo è spesso l’indice che aiuta la diagnosi, ma rappresenta, nello stesso tempo un rischio di scoraggiamento. Infatti chi si occupa del bambino, non sentendosi gratificato da alcuna risposta alle sue attenzioni è deluso, rinuncia e abbandona il campo. Da questo momento il bambino è preso in trappola dall’etichetta della malattia. Non si immagina quanto bisogno ha invece di stimolazioni, di affetto, di manifestazioni di tenerezza e di scambio.
  • Bisognerebbe non scoraggiarsi mai. Può aiutare pensare semplicemente che lui non osa o non può o non vuole. Forse è molto esigente nella qualità dello scambio!
  • Non cessare mai di sollecitarlo nel campo dell’azione. Gettare sempre dei ponti per entrare nel suo mondo e cercare di farlo uscire con ogni genere di stimolazione (in particolare parlargli molto). Ha molte più capacità di imparare di quante ne mostra.
  • Non parlare mai davanti al bambino psicotico delle preoccupazioni che suscita, delle difficoltà di ogni tipo, di relazione e di affetto. Non dire che sembra insensibile, che non lo capiamo o che è angosciante (lui è già così angosciato!). Queste frasi possono spingerlo ancor di più nella sua estraneità, possono alzare una seconda barriera; su quella che egli ha già innalzato come protezione in mancanza di altro mezzo di difesa. (Forse gliene dispiace?) Ma ecco che chi gli sta attorno sta alzando una nuova barriera…
  • Trattarlo il più possibile come un bambino normale a dispetto delle apparenze.
  • Valorizzare il bambino psicotico, fin dalla più tenera età, per dargli il maggior numero di occasioni per trovare un po’ di fiducia in se stesso. (Spesso, la paura insormontabile della non riuscita lo inibisce al punto da rifiutare ogni tentativo).
  • La cosa più dura, per i genitori, è quella di accettare di bussare alle porte per chiedere aiuto: così grande è la sofferenza che si pensa che nessuno potrà sopportare un ragazzo così strano. Ma il ricambio è una necessità vitale: per poter essere efficienti bisogna ogni tanto «ossigenarsi», prender le distanze. E certamente, bisogna spiegare agli amici le difficoltà che incontreranno, prepararli, spiegando ogni particolare, ad accogliere il bambino o il ragazzo almeno per qualche ora ogni tanto.
  • Anche se il bambino autistico ha un comportamento bizzarro, perduto nel suo mondo, non dimenticare mai che tuttavia capisce molte cose di quelle che sente e le registra in modo quasi inimmaginabile. (Se ne può aver la prova quando, dopo diversi anni, ricorda un avvenimento che lo ha colpito). Può essere che non capisca le parole, ma intuisce dalla mimica, dalle espressione, dalle intonazioni.
  • Di fronte alle sue “stranezze”, non far sentire al bambino autistico (o rischiare di fargli sentire) che abbiamo perso fiducia nelle sue possibilità: perderebbe quel po’ di fiducia che ha di sé.
  • Sapere che esistono amici meravigliosi e che lo diventano più facilmente se si ha fiducia in loro.
  • Gli amici sono capaci di un approccio molto più semplice di quello che hanno gli specialisti… e questo può essere un aiuto molto prezioso per un eventuale inserimento più tardi.

E poi, infine, ricordarsi sempre che, per chi sa ascoltare con il cuore, i nostri figli sanno dare a modo loro…

La comunità terapeutica

La sede di una comunità terapeutica deve essere un ambiente accogliente e stimolante, con operatori qualificati.
Gli utenti del servizio non dovrebbero superare la ventina e devono essere organizzati in piccoli gruppi educativi di non più di 3 – 4 bambini. Gli interventi terapeutici consistono in trattamenti medici e farmacologici, psicoterapeutici e riabilitativi, psicologici e pedagogici.
Con tecniche psicoterapeutiche adatte, il bambino viene indotto a recepire gli stimoli esterni e a ricercare dei messaggi. Si effettuano quindi interventi integrativi di psicologia e di percezione sensoriale e si sviluppa il lavoro dei gruppi educativi. In questo ambiente di stimoli vari e adeguati, il bambino è portato a dare risposte motorie e di comportamento positive. Se l’intervento è tempestivo, sono possibili anche recuperi di linguaggio. La coordinazione di questi interventi è il compito principale della Comunità Terapeutica. Attraverso l’operatore, i pazienti fanno l’esperienza dell’ambiente in cui vivono.
La Comunità Terapeutica ha il fine di reinserire il paziente nel mondo, nel modo e nel momento migliore.
Le Comunità Terapeutiche dovrebbero essere distribuite sul territorio in modo da permettere un collegamento agevole con le famiglie, anche perchè queste devono ricevere trattamento di sostegno.

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.6, 1984

Ombre e Luci n.6 - Copertina

SOMMARIO

Editoriale

Il mistero del bambino psicotico di Marie Hélène Mathieu

Quattro storie

Figlio mio non credo di Delia Mitolo
È sempre stato rifiutato di Lina Cusimano
La legge sull'integrazione di Vincenzo e Irene Ruisi
“La riabilitazione nella scuole”. Ma la bambina non è tenuta in classe
 di L.N.

Altri articoli

Nessun uomo è una pietra del Prof. Yves Pélicier
Psicosi precoci del Prof. Jaques Didier Duché
Un centro per la cura della psicosi di N. Schulthes e S. Sciascia
Psicosi infantile: alcuni consigli utili

Rubriche

Vita Fede e Luce n. 6

Libri

Vivere con un bambino autistico, A. e F. Brauner

Psicosi infantile: alcuni consigli utili ultima modifica: 1984-06-29T13:18:20+00:00 da Redazione
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