Stéphane Desmazières, nono figlio di una famiglia del Nord della Francia, prete nella diocesi di Lilla, per tredici anni vescovo di Beauvais, all’età del ritiro ha scelto la vita all’Arche. Ha vissuto due anni nel «focolare» dell’Ermitage a Trosly-Breuil, poi si è trasferito a St-Rémy-les-Chevreuse dove ha fondato una nuova comunità dell’Arche.

In quest’anno santo della Redenzione e con il Sinodo dei Vescovi a Roma sulla Riconciliazione e il Sacramento della Penitenza, grazie a Dio, si parla sempre di più di questa pratica personale del cristiano che va incontro al suo Redentore per ricevere la grazia del perdono.
Mi è stato chiesto: Lei che ha così grande esperienza del sacramento della Penitenza e che ora vive con persone handicappate mentali adulte, che cosa pensa della confessione per loro? Crede che possano ricevere «in verità» questo sacramento?
È certo che la risposta che penso di poter dare oggi è del tutto diversa da quella che avrei dato anni fa.
Allora avrei risposto senza esitare: «È chiaro che non si può dare un sacramento a chi non capisce nulla e che non sa quello che fa». Oggi non posso più parlare così.
Un giorno, un ragazzo profondamente handicappato, uscendo dalla messa alla quale aveva assistito, mi aveva fatto capire, a modo suo, che avrebbe voluto ricevere la Comunione. L’ho fatto venire da me e ho cominciato a parlargli di Gesù. Ne avevo parlato ai suoi genitori. La madre mi aveva detto: «Perde tempo; in ogni modo non capisce niente!» È vero, non capiva nulla con il suo povero spirito ferito. E non avrebbe potuto ridire — nemmeno a modo suo — quel che cercavo di dirgli.
Eppure ho visto quel ragazzo cambiare…

Che cosa avviene in quel momento nel cuore di quella donna, di quell’uomo, inginocchiato per ricevere il perdono?

E il giorno della sua Prima Comunione era visibilmente commosso. Cos’era successo?
Non ho fatto studi speciali in proposito; avvicino le persone con il cuore e cerco di capire. Ho scoperto che quando una persona è priva di un membro o di una facoltà, spontaneamente cerca di farsene un altro in sostituzione. Chi perde le gambe in seguito ad incidente, adopera le braccia per spostarsi. Il cieco vede con le orecchie e le mani. Mi sembra che per l’handicappato mentale avvenga qualcosa di simile: non potendo comunicare normalmente con la ragione — che è chiusa — o con le parole, che non riesce a trovare spontaneamente, entra in gioco tutto il suo corpo animato dal cuore.
Gli si legge una pagina del Vangelo, si cerca di spiegargliela nel modo più semplice. Sarà incapace di esprimere in linguaggio razionale — come faremmo noi — quello che ha capito. Ma se cercheremo di esprimere il passo con un mimo, lo farà meglio di noi perché sentirà le cose in profondità grazie al suo cuore. Le dita di un cieco sono più dotate di quelle di chi vede. Il cuore della persona handicappata mentale ha delle ricchezze che noi non abbiamo.

Questo lungo preambolo non mi allontana dal tema che ci interessa, ma permette di tentare un balbettio di risposta alla domanda posta.
Devo innanzitutto fare una confessione. Ho ricevuto il sacramento dell’Ordine 56 anni fa; ho dunque confessato molto. Quando, ritirato a vivere all’Arche, al momento di una celebrazione penitenziale ho visto venire verso di me, per chiedere il perdono del Signore e riceverne l’assoluzione, uomini e donne che mi guardavano senza parlare e che aspettavano, mi son trovato di colpo sperduto e, a dir il vero, di una povertà quasi radicale.
Far delle domande? Cercare di aver delle risposte? Per vedere, come ogni confessore deve fare, se il penitente ha veramente il pentimento dei suoi errori e se è degno del perdono? Tempo perso. Lo sguardo è lì, davanti a voi, che si immerge nel vostro… Uno sguardo che aspetta ben altro che domande alle quali è del tutto incapace di rispondere. Sembra dirvi: «Che cosa aspetti per darmi il perdono di Dio che son venuto a cercare?». Fa quasi male questo faccia a faccia che si prolunga nel silenzio.

Dio solo sa. È un mistero d’amore che ci sarà rivelato solo in cielo.

Allora il sacerdote, illuminato dallo Spirito, capisce molto bene che è lì in nome di Gesù, testimone della sua tenerezza misericordiosa. E’ in nome di Gesù che osa rompere il silenzio. Non tanto con le parole, quanto con il viso, il sorriso, lo sguardo. Annuncia con un po’ di solennità che in nome di Gesù perdonerà e dolcemente pronuncia le parole sacramentali dell’assoluzione facendo sul penitente un gran segno di croce. «Va in pace ora, figlio mio! Dio ha perdonato i tuoi peccati!».
Che cosa avviene in quel momento nel cuore di quella donna, di quell’uomo, inginocchiato per ricevere il perdono? Dio solo lo sa. E’ un mistero d’amore che ci sarà rivelato solo in Cielo.

Un giorno, con un giovane di 22 anni, le cose erano andate pressappoco come ho appena detto. Ma quando ho cominciato a pronunciare le parole dell’assoluzione — lui che era in ginocchio — si è prostrato col viso fino a terra. E quando alla fine gli ho detto:
«Ora, C., va in pace, tutti i tuoi peccati ti sono perdonati!» ha fatto un salto per rimettersi in piedi, ha aperto le braccia per abbracciarmi, il viso radioso, e se n’è andato.

Che cosa dirvi di più?

-di Stéphane Desmazières, 1984

da Ombres et lumière, N. 64

 

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.5, 1984

Ombre e Luci n.5 - Copertina

SOMMARIO

Editoriale

Nessuno escluso di Carlo Maria Martini
Perché lontano da Dio di Mariangela Bertolini

Articoli

"Lei non entra" di Olga Gammarelli
Come le altre domeniche Anna di J.F
Basta la porta aperta (domande in 6 parrocchie) di Sergio Sciascia
Cosa dirvi di più di Stéphane Desmasièrez
Chiediamo alle comunità religiose di Henri Faivre
Cottolengo e Don Guanella - pregiudizi e realtà di Nicole Schulthes

Rubriche

Dialogo aperto n. 5
Vita Fede e Luce n. 5

Libri

Dare a ciascuno una voce, Carlo M. Martini

Cosa dirvi di più ultima modifica: 1984-03-30T19:20:34+00:00 da Redazione
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