Mi ha colpito spesso la tristezza di tanta gente normale. Un giorno, il signor Normale è venuto a trovarmi per parlarmi dei suoi problemi. Mentre stavamo parlando, Cristiano bussa alla porta. Per alcuni Cristiano è mongoloide, altri dicono che è Down. Noi diciamo solo che è Cristiano. Senza darmi il tempo di dirgli di entrare, Cristiano è nel mio ufficio. Ridendo, mi dà un colpetto affettuoso. Poi con un sorridente buongiorno stringe la mano di signor Normale, e sempre ridendo se ne va.

Cristiano ha ora 36 anni ed è normalmente sereno e disteso. Lavora nel laboratorio di subappalto e gli piace vivere nella comunità dove sente di avere il suo posto.

Il signor Normale si rivolge a me dicendomi: «Che tristezza dei ragazzi così».
Il signor Normale è accecato da pregiudizi, da teorie o dalle lacrime, perché è così evidente che Cristiano è molto meno triste e depresso di lui.

Molta gente considera questi ragazzi, con sindrome Down, come degli eterni bambini. Qualche genitore ne fa dei veri bambocci. Ho visto arrivare all’Arche degli adulti coccolati, con i capelli impomatati, con la cravatta a farfalla e perfino con i guanti! Trattandoli così è chiaro che non possono diventare grandi. Come stupirsi allora che restino tanto infantili.
Alcuni di essi sentono molto profondamente il rifiuto di cui sono l’oggetto: la loro frustrazione può allora esprimersi con l’inerzia, l’apatia, il rifiuto del contatto. Altri reagiscono assumendo un comportamento instabile e aggressivo.
Eppure, sia nelle nostre comunità dell’Arche sia in altri centri, ho incontrato spesso uomini e donne, con sindrome Down, che erano arrivati a una vera maturità ed anche a una certa saggezza.

Se il bambino mongoloide è ben accolto in famiglia, se riceve una vera educazione in un clima caloroso, se questa educazione si prolunga in classi o centri adatti, può spesso svilupparsi armoniosamente e giungere ad una certa autonomia. Può arrivare a prendersi delle responsabilità in molti campi: igiene personale, tenere in ordine la propria camera, compiere semplici spostamenti…
L’educazione sportiva è molto importante perché gli offre una nuova fiducia in se stesso e una certa distensione. Basta guardare come i ragazzi mongoloidi si comportano nei giochi olimpici speciali. Spesso più che la gioia della vittoria, riescono ad amare lo sport per sé stesso, in particolare la corsa e il nuoto.
Molti di loro possono diventare buoni lavoratori. E non bisogna credere che lo siano solo nei compiti che non esigono una certa iniziativa e che siano di carattere ripetitivo, che anzi questi ultimi rischiano a volte di farli regredire. Non c’è solo l’opera di Meb (45 anni, con la trisomia 21, pittore affermato in Francia). Molti di loro arrivano ad esprimersi sul piano artistico e giungono ad una originale creatività.

Se li si aiuta nella crescita, le loro doti di tenerezza e di fedeltà possono svilupparsi così come le loro capacità di comunicare.

Se non si crede alla loro capacità di progresso, le persone affette da mongolismo possono chiudersi in un loro mondo, a volte vicino alla malattia mentale.
Per contro, se le si aiuta nella crescita, le loro doti di tenerezza e di fedeltà possono svilupparsi così come la loro capacità di comunicare. Cristiano è un uomo dal cuore molto vero, sa quali sono i suoi veri amici.
Ugualmente, ha un gran senso della sofferenza degli altri. Sa essere compassionevole – soffrire con – verso i più deboli ed è molto bravo nel proteggere una persona fragile.
Mi hanno detto che in Inghilterra, alcuni di loro, adulti, si sono sposati. Personalmente, non ne conosco, ma quelli con cui vivo sembrano essere meno turbati di altri dal fatto di non essere sposati. Per contro, come per tanti uomini e tante altre donne, profondo è il loro bisogno di amare, di essere amati e stimati, di vivere in un clima di amicizia e di sicurezza come quello di una comunità.

A Cristiano piace molto ballare, spesso si esprime con il corpo e non si accontenta di essere spettatore, spontaneamente associa il movimento alla musica. Certi ritmi, però, come il rock possono eccitarlo e portarlo a una mancanza di misura.
Forse, uno degli aspetti più ricchi della loro affettività è l’amore che hanno per il gioco. Gioco e festa per loro sono molto vicini. Ma anche in questo possono arrivare ad un punto tale che fanno poi fatica a percepire la differenza fra il reale e l’immaginario.
Per questo motivo un film può sconvolgerli, ugualmente, tendono a fare come se, a prendersi molto sul serio. Conosco uno di loro che dopo la morte del padre si è investito del ruolo di capofamiglia. Questa possibilità d’identificazione mostra la ricchezza del loro cuore. Ma quando Cristiano entra nel gioco, a volte vi si perde, e non è facile riportarlo alla realtà. Può inoltre intestardirsi su qualcosa e chi gli è intorno fa fatica spesso a smuoverlo. Spesso è con l’umorismo che se ne viene a capo!

Un’ultima cosa in loro mi colpisce molto: l’apertura allo spirituale e al religioso. Un giorno, a Lourdes, in una riunione con il vescovo e molti pellegrini della diocesi, Jean Pierre s’è alzato e ha parlato di Bernadette, in un un modo che ha colpito tutti. C’è a volte in loro qualcosa di profetico. Molti sono sensibilissimi alla preghiera e arrivano ad una vera comunione con Gesù. Per questo è molto importante non incoraggiare questi ragazzi o adulti a mettersi in mostra, a cercare il successo facendo buffonate; al contrario dobbiamo sempre cercare di rivelare loro che sono persone amate da Gesù, capaci di una risposta a questo amore, capaci di una crescita interiore.

Come ognuno di noi, hanno bisogno di essere aiutati, sostenuti. Hanno bisogno di un padre, di un educatore che sappia essere fermo e che sappia esigere da loro sempre di più. Così potranno scoprire il loro dono, la loro missione e il loro posto in una comunità.

(Tratto da Ombres et lumière n. 50)

Jean Vanier 
Dottore in filosofia, scrittore, leader morale e spirituale e fondatore di due importanti organizzazioni internazionali basate sulla comunità, "L'Arca" e "Fede e Luce", dedicate alle persone con disabilità, soprattutto mentale.
Le 135 comunità de L'Arca in 33 paesi e le 1600 comunità di Fede e Luce in 80 paesi sono dei veri e propri centri di trasformazione umana.
Per oltre quattro decenni, in prima persona, all'interno o all'esterno di queste organizzazioni, è stato un fervente difensore delle persone povere e ferite in seno alla nostra società. È stato membro del Pontificio Consiglio per i Laici e ha ricevuto il Premio Templeton nel 2015.
il 7 maggio del 2019 è tornato alla casa del Padre ed è sepolto nel piccolo cimitero di Trosly, luogo del primo foyer de L'Arche.

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Jean Vanier

L'Arche

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.4, 1984

Ombre e Luci n.4 - Copertina

SOMMARIO

Editoriale
"Il mio bambino con la sindrome Down" di Mariangela Bertolini

Dossier: Trisomia 21

Trisomia 21 di Jerome Lejeune
Saverio di Marie N. Lauth
Quando la vita è così difficile di Gilberte Roger N.
Andrea a scuola di Anna Bernardi
Quando sono adulti di Jean Vanier
Il lavoro di Gianni di Sergio Sciascia

Rubriche

Dialogo Aperto n.4
Vita Fede e Luce n.4

Libri

La debilità mentale, Autori vari
I giullari di Dio, Morris West
Meb, pittore gioioso, Marie-Luise Eberschweller

Quando sono adulti ultima modifica: 1983-12-28T16:35:11+00:00 da Jean Vanier
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