Il nostro primo figlio ha qualche minuto di vita. Mio marito, subito, sa che è mongoloide. Solo qualche ora dopo anche io apprendo il verdetto. La mia prima reazione è che Dio ce lo manda e che noi sapremo amarlo così com’è.
Poi, comincia per me una lotta terribile: da un lato un istinto materno mi fa desiderare con tutte le forze di avere vicino il bambino che ho appena messo al mondo (al quale stanno prestando cure speciali).
Dall’altro, mi metto a immaginare quale sarà la nostra vita con un figlio anormale; penso alla sorte riservata a questi bambini…
Questa vita non la vogliamo, né per lui, né per noi.
La morte ci sembra l’unica salvezza possibile; la rivolta contro Dio è entrata nel nostro cuore.”

Così una mamma di un bambino con sindrome Down, di due anni.

Consapevoli di questo immenso dolore che dura una vita, che può capitare in ogni famiglia, abbiamo trovato altre voci.

Questo numero di Ombre e Luci è dedicato a lei, a suo marito, a tutte le mamme e i papà che oggi o ieri hanno ricevuto questo verdetto nel momento più intenso della loro vita di sposi: quando con una parola è stata annientata la gioia che segue l’attesa del primo figlio. Delusione, amarezza, sconforto, rivolta, si installano da padroni nel loro cuore.

Consapevoli di questo immenso dolore che dura una vita, che può capitare in ogni famiglia, abbiamo trovato altre voci, di genitori più avanti nella prova, per cercare di dissipare, se pur minimamente, le nuvole nere che si addensano ancora oggi in molte famiglie.
Ci proponiamo di spiegare il perché di questo handicap che molti conoscono solo di vista;
– di aiutare a credere che – come dice una mamma, impacciata a scrivere la piena della sua vita – “malgrado fatiche e difficoltà, la nostra difficile Monica ha dato a tutta la famiglia, generi e nipotini compresi, una gran ricchezza d’amore”;
– di aiutare a sperare perché – come dice Jean Vanier, parlando di Cristiano, di trent’anni, col quale vive – “è un uomo molto vero, sa quali sono i suoi veri amici, ha un grande senso della sofferenza degli altri, sa essere compassionevole ed è molto bravo nel proteggere chi è fragile”.

Vogliamo infine che ogni lettore, genitore o amico, giovane o adulto si convinca che – come dice Jérôme Lejeune, lo scienziato – al di là dell’intelligenza ferita, “in quell’altra ragione che risiede più vicina al cuore, là dove le emozioni si avvicinano alla realtà, là dove si dice che abitino i sentimenti e la verità, in quel campo più intimo e privilegiato, i trisominici 21 non trovano maggiori ostacoli degli altri. In questa zona dello spirito in cui si incontrano i fanciulli, gli innamorati e i poeti, essi sono liberi come noi, come gli uomini possono esserlo.”

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.4, 1984

Ombre e Luci n.4 - Copertina

SOMMARIO

Editoriale
"Il mio bambino con la sindrome Down" di Mariangela Bertolini

Dossier: Trisomia 21

Trisomia 21 di Jerome Lejeune
Saverio di Marie N. Lauth
Quando la vita è così difficile di Gilberte Roger N.
Andrea a scuola di Anna Bernardi
Quando sono adulti di Jean Vanier
Il lavoro di Gianni di Sergio Sciascia

Rubriche

Dialogo Aperto n.4
Vita Fede e Luce n.4

Libri

La debilità mentale, Autori vari
I giullari di Dio, Morris West
Meb, pittore gioioso, Marie-Luise Eberschweller

“Il mio bambino con la sindrome di Down” ultima modifica: 1983-12-31T22:32:43+00:00 da Mariangela Bertolini

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