Agnese racconta questi giorni aggiungendo qualche consiglio per chi volesse intraprendere una simile iniziativa.

A me e a mio marito importava soprattutto che quei giorni fossero delle vere vacanze. Non si trattava dunque né di dedizione né di terapia. Oltre alla presenza della nostra famiglia, che penso abbia contribuito all’equilibrio del gruppo, il numero dei ragazzi e delle ragazze era uguale. Molto presto la distinzione, fra handicappati e non, sparì dal nostro vocabolario e dal nostro atteggiamento; anzi spesso gli uni e gli altri richiedevano la stessa delicatezza psicologica e la stessa attenzione. Alla fine del soggiorno, ognuno si è reso conto fino a che punto quella vita insieme, talvolta esigente, vissuta con lo stesso spirito, lo avesse arricchito.

E la casa, come avete fatto al trovarla?
Ombres et Lumière ci ha messo in contatto con una comunità di suore che hanno messo a nostra disposizione una casa di loro proprietà, molto grande e a piano terra. Avevamo camere singole e a due letti; un salone, grande e confortevole, rispondeva all’atmosfera familiare che desideravamo. Infatti ci siamo ritrovato lì spesso, soprattutto la sera, attorno al caminetto.
Il paese era vicino; ci potevamo andare a piedi facilmente. Inoltre essendo quel luogo vicino alla nostra città abbiamo potuto andarci spesso prima del soggiorno, per conoscerla, prepararla. È così importante conoscere un posto prima di andarci a vivere, per renderlo accogliente, familiare.

Le suore che vi hanno prestato la casa, avevano mostrato qualche preoccupazione?
È normale. In ogni caso, quando si presta una casa, si corrono sempre dei rischi; a maggior ragione – ma questo è un pregiudizio – quando la si presta ad un gruppo del quale alcuni membri sono handicappati. Delle cose si possono rompere. Effettivamente abbiamo rotto qualche oggetto, ma con una gentilezza straordinaria le suore hanno rifiutato il rimborso dicendo che era un bene per loro imparare a staccarsi dai beni, in fondo molto materiali. I rischi più gravi erano coperti da assicurazione.

Avete fatto un’assicurazione?
È stato semplice. Ci siamo rivolti all’assicuratore di Foi et Lumière che è esperto per quanto riguarda i rischi che un gruppo composto da persone handicappate può correre. Aggiungerò che mi sembra molto importante quando si vuol fare un tipo di vacanze così, legarsi ad un’associazione. È una sicurezza da molti punti di vista.

Molto presto la distinzione, fra handicappati e non, sparì dal nostro vocabolario e dal nostro atteggiamento

Qual era il prezzo del soggiorno?
Avevamo fatto una previsione prima della partenza. A conti fatti, per 15 giorni abbiamo speso l’equivalente di 70.000 lire a testa, compresi luce, gas, acqua. Divise fra tutti le spese sono state equilibrate. C’è chi ha dato di più e abbiamo chiuso senza perdite.

Con quale criterio e in che modo avete costituito il gruppo?
Non avevamo fissato dei veri criteri, ma le nostre scelte sono state influenzate da tre idee:
Prima: volevamo che qualche familiare potesse passare un po’ di vacanza senza la presenza del figlio handicappato;
Seconda: abbiamo portato giovani handicappati autonomi quanto a vestirsi, mangiare, camminare;
Terza: chiedevamo che tutti i partecipanti accettassero di vivere insieme una vita comunitaria.
La scelta è stata fatta attraverso conoscenze (Ombres et lumière ci ha aiutato). Ognuno veniva da ambienti diversi e questo ci ha permesso di condividere le ricchezze di tutti.
Alcuni amici non avevano mai avuto contatti con persone handicappate. Due di loro studiano per essere insegnanti speciali, altri studiano altre discipline. Anche questi ultimi volevano fare le vacanze insieme. Ci siamo divisi i compiti materiali.

Che tipo di contatto avevate avuto con i giovani handicappati prima di partire?
Pochi contatti e questo ha portato un disagio. Dopo qualche telefonata, andavamo a conoscere la famiglia del ragazzo handicappato, ma non è stato sufficiente per conoscersi. Nonostante un questionario ben preparato i limiti dei ragazzi sono poi risultati maggiori di quanto fosse stato scritto. Questo mi sembra un rischio da evitare.
Quanto agli amici studenti, ci sembra che sia meglio sincerarsi della loro maturità psicologica a mio avviso più importante del titolo di studio.

Potete raccontarci un po’ di vita che avete fatto?
È stata una vita intensa e insieme riposante; intensa per gli scambi di vita e di idee, riposante perché ognuno era estremamente libero di agire secondo quel che riteneva fosse il bene comune.
Avevamo un orario elastico ma che teneva conto del ritmo abituale di ognuno, questo per non correre il rischio di romperlo. Erano insomma vacanze come si possono passare in famiglia. Tutti trovavano qualcosa da fare e ognuno, a seconda delle proprie capacità, contribuiva all’andamento della casa. Si poteva passeggiare, leggere, riposarsi, andare a prendere il latte, giocare…
Ma tutto senza un programma prestabilito. Così i legami si approfondivano a poco a poco, liberamente, senza metodo pedagogico determinato; ognuno agiva con il cuore e scopriva quella che potremmo chiamare “Pedagogia evangelica”. Fra alcuni partecipanti si sono creati veri legami di amicizia.
Abbiamo fatto delle passeggiate un po’ speciali; momenti di festa per un compleanno… Poi venivano a trovarci degli amici e restavano per il pranzo, per un pomeriggio. Facevamo una vita di vacanza normale, aperti alla natura, al sole, agli altri. Un giorno è venuto a visitarci un amico sacerdote, che è rimasto un’intera giornata con noi; abbiamo così potuto celebrare l’Eucarestia.

Fareste di nuovo questa esperienza?
Sì, e credo che sia una formula da moltiplicare perché è una cura ricostituente per tutti e una vera distensione; si vive meglio una vacanza quando si è in pochi anche perché richiede una preparazione più semplice. In ogni caso è da provare. Fare una vacanza insieme non significa impegnarsi a farne un’altra.

E queste persone si sono riviste in seguito?
Sì e credo che questo sia un risultato importante: i legami che si sono creati rimangono. Anche questo è un motivo che mi convince dell’importanza del piccolo gruppo. Ci si ritrova per una festa, per vedere le fotografie, anche individualmente. Non si possono vedere spesso cento amici, mentre è possibile vedersi a due e a tre. Anche per questo è un bene non portare a mio avviso un giovane che abbia una situazione familiare difficile; se non si più assicurare una certa continuità nell’amicizia è meglio non cominciarla per non avere conseguenze spiacevoli.
Un solo dispiacere o meglio un desiderio profondo per la prossima volta; trovare, forse con l’aiuto di un sacerdote amico, il modo per esplicare meglio quello che ci motivava di più; la fede e la gioia di scoprire lungo le giornate l’amore di Cristo che si rivela nel cuore di ognuno.

(Ombres et Lumiére, n. 34)

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.3, 1983

Ombre e Luci n.3 - Copertina

SOMMARIO

Editoriale

Gli altri di Marie Hélène Mathieu

Dossier: Vacanze

Con la differenza si può convivere di Anna Cece
Nessuno aveva pensato che Patrick avrebbe preso parte alla gita di Mariagnela Bertolini
Con loro sono salito sul monte Méta di Patrick Thonon
Per la prima volta lontano da me di Rita Ozzimo NameErrorem
Insieme sì, ma come di Nicole Schulthes
…ed è stata una vera vacanza di Agnés Auschitzky
Soggiorni invernali di Lucia Bertolini
Prestare casa intervista a Francesca Biondi

Rubriche

Dialogo Aperto n.3
Vita Fede e Luce n.3

Libri

Quando il dolore bussa forte, Dori Zamboni
Un caso di coscienza, Henry Denker
Storia di un padre, David Melton
E non disse nemmeno una parola, Heinrich Böll

…ed è stata una vera vacanza ultima modifica: 1983-09-30T17:53:01+00:00 da Agnés Auschitzky
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