L’argomento che affrontiamo è particolarmente delicato: dobbiamo, infatti, entrare un po’ nel mistero del cuore umano, la parte più sensibile del nostro essere, la più fragile, la più vulnerabile. Solo con grandissimo rispetto possiamo dunque abbordare questo tema.

“Ti aspetto sempre”

Giorni fa eravamo a pranzo nel foyer dove vivo, quando un ragazzo si è messo a cantare. Era un canto d’amore; il ritornello, pieno di tenera nostalgia, diceva pressappoco così: “I miei occhi sono nei tuoi occhi, le mie mani nelle tue mani… ma non ti ho ancora incontrato. Ti aspetto sempre…”
Paolo, che ascoltava, ha lasciato subito la stanza. Ha 26 anni. Abbandonato da bambino, ferito profondamente da questo rifiuto, nascose a lungo la sua ipersensibilità dietro atteggiamenti di una violenza e di un’aggressività estremi. Dopo essere stato un po’ di tempo in cucina, si è affacciato alla porta per ascoltare. Sapevo che cosa provava nel suo intimo: le parole del canto corrispondevano a tutto il suo essere profondo. Dicevano la sua speranza e nello stesso tempo la realtà: “Non ti ho ancora incontrata… ti aspetto sempre…”.

“Sì ti capisco, capisco quello che provi. È qualcosa di sacro: forse non si riempirà mai, ma lo rispetto profondamente”.

In quel momento aveva bisogno di un rispetto immenso, di uno sguardo che gli dicesse: “Sì ti capisco, capisco quello che provi. È qualcosa di sacro: forse non si riempirà mai, ma lo rispetto profondamente”.

L’amore non dipende dal quoziente di intelligenza

Ci capita di incontrare persone ritenute sagge e prudenti, con posti di responsabilità importanti, che si divertono e scherzano quando vedono un uomo e una donna catalogati come handicappati, la mano nella mano. Come se, perché handicappati, la loro tenerezza fosse una caricatura della realtà e non un sentimento profondo. L’amore è lo stesso, che si sia o no handicappati. Sono sempre colpito quando un giovane o una ragazza handicappati scrivono una lettera d’amore. Il linguaggio è lo stesso di chi è profondamente handicappato e di chi ha studiato al Politecnico.

Il linguaggio è sempre lo stesso: “Gli hai detto che la ami?”. “Si, gliel’ho già detto, una volta”. Non aveva sentito il bisogno di ripeterlo. Ma in amore, ci si ripete. E se non ci si ripete, è una catastrofe: è una cosa che spesso gli sposi sembrano ignorare. Il linguaggio dell’amore è davvero universale: quando un ragazzo handicappato mentale offre una margherita raccolta in un campo si esprime nello stesso modo dell’uomo che compra 10 rose per la donna che ama. L’amore ci fa tornare semplici, umili, piccoli.

Tutto quanto tocca il cuore umano deve essere circondato da grande rispetto. Conosco in Canada un centro misto che accoglie giovani handicappati a partire dai venti anni, ma solo per tre anni, perché ne possano beneficiare molti. Non si è però pensato che tra un uomo e una donna poteva sorgere un amore e che un giorno avrebbero sofferto profondamente nell’essere separati per destinazioni diverse, senza che venisse chiesto loro il parere. Oppure, se lo si è pensato, ci si è detti: “Non è una cosa grave: con loro si sa sono solo bambinate!”
È vero, le persone handicappate possono sognare come le non handicappate: ascoltano i dischi, attaccano al muro poster di cantanti e attori. Sono sogni semplici, antichi e completamente fuori dalla realtà: è lo stesso stacco dalla vita che si constata nelle prigioni, con la differenza che lì il carattere delle fotografie attaccate alle pareti rivela ancora più un universo erotico.
Ma questo desiderio di amare e di essere amato può manifestarsi in maniera molto più realistica.

Sere fa, in un incontro sulla speranza nel nostro foyer c’era Vincent, che vive in un ospedale psichiatrico, ma che viene ogni tanto a passare un weekend con noi. È un uomo molto fragile, pieno insieme di delicatezza, di angoscia, di aggressività. Gli domandai: “Vincent qual è la tua speranza?”. “Spero un giorno di uscire dall’ospedale psichiatrico”.
Gli scambi continuarono, poi Vincent chiese la parola e ci confidò: “Spero di farmi una famiglia, spero di sposarmi”.

Sposarsi, cosa vuol dire?

Questa affermazione “spero di sposarmi” ha per ognuno risonanze molto diverse. Per molti vuol dire raggiungere lo stadio adulto. Tutti quelli che circondano il giovane handicappato sono persone sposate. Allora, per lui, essere sposato significa essere libero, indipendente, riconosciuto come persona. E lasciare mamma e papà, liberarsi della loro tutela, avere la propria piccola casa per sé.
E questo si concretizza con una grande festa di cui il ragazzo sogna di essere l’eroe, la ragazza la regina: indossare l’abito bianco, scelto con grande cura… ecco la sposa – viva la sposa! Si ricevono molti regali, si balla, si canta, si beve champagne. È meraviglioso per una volta, per la prima volta forse, essere al centro della festa.

E poi, certamente, sposarsi vuol dire avere un figlio. Chi è definito handicappato, ha verso i bambini una tenerezza che ha qualcosa di incredibile: quando prende fra le braccia un neonato, spariscono in lui violenza e aggressività, diventa solo dolcezza e delicatezza.

Per la ragazza, questo sogno di avere dei bambini è ancora più profondo, perché non è solo il suo cuore che aspetta il bambino ma il suo corpo di donna fatto per riceverlo e accoglierlo. Soprattutto chi è stato provato può avere, al momento della pubertà, un risveglio particolarmente intenso di pulsioni sessuali. È preso dalla paura perché non capisce niente: lui era così in pace! Poi, all’improvviso, ecco che un mondo di immagini lo invade, pulsioni inspiegabili si iscrivono nel suo corpo.
Se in quel momento non c’è nessuno accanto a lui per tranquillizzarlo, se vive in un istituto, se non ha nessun contatto con l’altro sesso, può entrare in un’angoscia profonda. I frammenti della realtà che può cogliere dalle fotografie o dalla televisione non fanno che sprofondarlo sempre più in un universo triste e morboso.

Ma più d’ogni altra cosa, il “vorrei sposarmi” corrisponde ad un desiderio profondo: “essere l’unico” per qualcuno. Se questo è vero per ogni persona, bisogna capire che cosa questo significhi per uomini e donne che da sempre si sono sentiti rifiutati. Sempre hanno sentito di essere una delusione per i genitori. Questi ultimi – ed è una cosa normalissima – avrebbero tanto voluto avere un figlio sano di corpo e di spirito. E poi c’è stato quel trauma alla nascita, o quella encefalite, quell’incidente in macchina, e il bambino si è sentito come colui che si vorrebbe diverso, colui che è un peso, colui che provoca angoscia o che obbliga i genitori a correre a destra e a manca per trovare il medico che lo guarirà, il centro che lo accoglierà.

Essere amico

Un giorno poi, per qualcuno, avviene qualcosa di straordinario. Una ragazza, in un laboratorio protetto, lo sceglie, così com’è, con il suo viso un po’ sfigurato, le mani deformi, il corpo ferito. Lo sceglie fra gli altri e gli dice: “Ti amo, ti amo più degli altri, sei simpatico, vieni con me”. E questa è un’esperienza incredibile per lui. A lui che è stato tollerato, supportato, rifiutato, ecco che un altro essere viene a dirgli: “Ti preferisco, ti amo, con il tuo naso storto, il viso rovinato, la difficoltà che hai nel farti capire”. Ma di fatto, per lei, tutto in lui è bello, perché gli occhi dell’amore sanno trasformare la bruttezza in armonia, oppure fanno vedere solo la bellezza di chi si ama. E la ragazza, che per tutta la vita ha conosciuto la stessa realtà di essere una che ha deluso la speranza, vive ora lo stesso momento straordinario: il momento di essersi rivelata come l’essere unico, senza esitazioni, di fronte alle sue mancanze e alle sue ferite.

Quando un giovane e una giovane fanno questa esperienza, sentono sorgere in loro nuove forze di vita, una creatività tutta nuova. È come se passassero dalla morte alla vita. Avete visto come persone tristi, depressi, che trascinano la vita come un peso, quando scoprono l’amore rinascono con un rigore che stupisce, si mettono a lavorare con accanimento, diventano capaci di intraprendere cose difficili. Li si sente abitati dalla speranza: l’amore, davvero, non è qualcosa di esteriore. Tocca le profondità stesse dell’essere.

“Voglio sposarmi” vuol dire allora: “Voglio essere felice”. Perché, per l’umanità, le nozze sono il simbolo della felicità. Nella scrittura il regno di Dio è simile alle nozze. È una festa. E nell’Apocalisse, quando si parla di questo regno dei cieli, Gerusalemme si fa bella come una sposa che deve incontrare lo sposo. Attraverso le nozze, si scoprirà la pienezza della vita. “Voglio sposarmi”, vuol dire “Voglio vivere in un mondo di pace, in un mondo di gioia, in cui chi mi ha scelto mi comunica con lo sguardo l’unità interiore”.

Tenerezza e sessualità

L’amore ci introduce nel mondo della tenerezza che è all’opposto del mondo della solitudine. L’amore è qualcuno che pensa a me. Può trovarsi a mille miglia: non importa. Si interessa a me. Non sa quello che faccio, non alle mie capacità, ai miei doveri, ma al mio essere.
Possiamo tutti attaccarci ad una persona che può esserci utile. A un direttore di banca, per esempio, perché mi potrà prestare dei soldi. E se sarà sostituito, non importa, mi attaccherò al suo successore. Nel mondo dell’amore, quello che conta non è il posto che si occupa, non le capacità, ma la persona.

Tuttavia non appena si fa allusione al mondo della tenerezza subito si mescolano risonanze dei libri di psicologia.

Soprattutto nella nostra civiltà occidentale, leghiamo subito la sessualità alla tenerezza. Si fa fatica a concepire la tenerezza senza la sessualità e quando dico sessualità, intendo la genitalità. A questo punto gli adulti che vivono con le persone handicappate sono prese dalla paura. È bello l’incontro, la presenza, la comunione fra due persone. Ma mia figlia è molto handicappata, cosa succederà? Rischia di aspettare un figlio. È un problema che si era cercato di scartare con cura fino a questo momento.

Non so se avete notato che quando si tratta di bambini handicappati, si parla spesso come se non avessero sesso. Né ragazzo, né ragazza… senza tanti problemi. Si cerca di vivere come se la loro vita affettiva non esistesse.
Quella ragazza ha imparato a leggere, scrivere, a sbrigarsela in molte cose, però è stata tenuta quasi chiusa, tanto grande era la paura che rimanesse incinta. I genitori hanno deciso, una volta per tutte, che loro avrebbero colmato la sua vita affettiva; ma lei come le altre ragazze non handicappate, non potrà trovare in loro il suo completo sviluppo.
Il bambino, il giovane, può in questo caso rifugiarsi in un mondo di sogni, che finisce talvolta nella malattia mentale; può essere portato all’aggressività, all’odio e al rifiuto di vivere. Perché non esiste sofferenza più grande di quella del cuore. Si possono sopportare facilmente le sofferenze del corpo, ma quelle del rifiuto sono di una profondità terribile.

Che cosa fare?

Ma, niente è semplice, niente è evidente nel problema che affrontiamo. C’è da un lato questo immenso desiderio di amare e di essere amato, questa sete di felicità, questo desiderio di avere un bambino; ma – non inganniamoci – c’è l’impossibilità per molti di fondare una famiglia, di assumere la responsabilità di un figlio.
E allora cosa fare? È possibile dire: “No, non puoi sposarti, dunque l’amore ti è proibito”? Questo amore portatore di presenza, di pace, di gioia, di creatività. Per questo, bisogna creare dei luoghi molto protetti, molto rassicuranti, soprattutto per i protettori.
E ancora: è possibile sviluppare la vita affettiva profonda con quanto implica di tenerezza, di fedeltà, di ascolto, senza che comporti l’uso degli organi sessuali?
Questo è tanto più difficile da dire e da vivere al giorno d’oggi con migliaia di scritti sull’esercizio della genitalità come condizione del vero sviluppo.
Tuttavia è certa una cosa: la sessualità, l’incontro dei corpi, senza questa comunione di persone nell’amicizia, nella tenerezza, nella fedeltà non porta ad un vero sviluppo. Si tratta solo di una caricatura dell’amore.
Un’altra cosa è sicura: la persona ferita ha spesso un affettività molto ricca, una capacità di ascolto, di tenerezza, di oblazione, di dono di sé ed è capace di non legare questa affettività con la sessualità. Talvolta questa realtà mi riempie di meraviglia.
Ieri sera ho incontrato una giovane, molto colpita, in carrozzella, povera nel suo essere, ma di una delicatezza incredibile, così attenta all’altro, ai suoi bisogni, alle sue sofferenze, alle sue difficoltà; niente in lei di egocentrico. Aveva capito che l’amore non è possedere l’altro, desiderare che sia vicino con il corpo, ma volerlo vero, felice, libero.

Luogo di pace e di amicizia

I bisogni profondi dell’essere: quello di sentirsi l’eletto, di incontrare l’amico con cui poter condividere, avere un po’ di “casa mia”, essere ogni tanto la regina, il re, della festa; questi bisogni possono trovare spazio nella vita comunitaria.
Non in una comunità imposta, ma in una comunità che, almeno in certa misura, si possa scegliere.

Da molti anni vivo in un foyer con una decina di uomini handicappati. Il nostro profondo desiderio è che ognuno di loro si senta amato come una persona unica. Cerchiamo di far sì che ognuno si sente ascoltato, capito, in un certo modo insostituibile.
Pierre, di sua scelta, un giorno ci lasciò per un’altra comunità dell’Arche, dove sentiva che la sua presenza aiutava gli altri ma sa che resterà nostro fratello.
Nella comunità ci sono momenti in cui sei il re della festa perché è il tuo compleanno, o perché eccoti di ritorno dopo un’assenza.
Quando si è impegnati insieme, quando si vive da lunghi anni insieme, i rapporti si si collocano ad un livello affettivo molto profondo, con una vera tenerezza per l’altra, un vero rispetto per lui, un profondo desiderio di vederlo crescere, progredire, approfondirsi. E non ci si preoccupa allora degli incidenti di percorso, anche se si trovano sul piano della sessualità. Ma non per questo bisogna credere che nella vita comunitaria tutto sia rosa. La comunità non risolve i problemi dei suoi membri così come il matrimonio non risolve i problemi della coppia. I problemi diventano differenti. Ci sono molte sofferenze sulla terra: separazioni, morti, infedeltà, rifiuto, violenza, odio. Non si deve credere che chi è handicappato e vive in una comunità sarà al riparo da ogni prova e conoscerà solo compensazioni.
No, si sente in ognuno di loro molta sofferenza, pena, inquietudine. Ma nello stesso tempo sono presi da un movimento di vita, di speranza. Abbiamo tante cose ancora da fare insieme, tanto lavoro sulla tavola, tanta gente da accogliere ed aiutare. All’interno di una comunità ci sono anche, senza dubbio, momenti in cui ci si sente rifiutati; ma possono essere superati quando si ha la certezza di essere veramente amati, quando si vive profondamente in pace nella comunità.
Alla preghiera della sera o alla messa, guardo il viso di alcuni di loro. Cinque anni fa avevano un’espressione tirata, aggressiva. Ora sono distesi, gli occhi chiusi, possono restare così venti minuti, senza muoversi; indovini un certo sorriso sulle labbra, una certa pace. È evidente che stanno vivendo un’esperienza: quella di sentirsi amati. È un mistero che non viene dal mondo, ma da Dio. Come dice Gesù: “vi do la pace, ma non la pace che viene dal mondo”. È straordinario incontrare uomini e donne feriti profondamente, che hanno scoperto che sono amati da Dio e che veramente hanno potere su Dio. Essi credono totalmente a questa parola di Gesù: “chiederete quel che vorrete e l’avrete”. A questo punto, non si è più handicappati, è scoperta la ragione di esistere.
Il rifiuto degli uomini può esistere ma non importa. So che sono amato e che c’è questa pace profonda malgrado le sofferenze di ogni genere.
C’è una parabola che mi piace molto. È nella parabola del banchetto di nozze in cui Gesù ci parla di quel re che aveva preparato un gran banchetto e gli invitati si sono tutti scusati; non potevano venire: uno aveva comprato dei buoi, un altro doveva andare a vedere un terreno da comprare, un altro aveva da fare…

“Ma c’è una richiesta di infinito nel suo cuore, la richiesta di un amore che possa colmarlo.

Il re, molto contrariato disse ai servitori: “Andate nelle piazze e nelle strade e invitati tutti quelli che incontrerete, storpi, zoppi, poveri…”. È straordinario invitare alle nozze tutti i poveri e i deboli dell’umanità.

Questo mi fa pensare a Yves, un uomo con cui vivo. Apparentemente non è molto religioso, non lo vediamo mai a messa. Durante l’incontro di cui vi ho parlato poco fa, gli ho chiesto: “che cos’è per te la speranza?”. Ha risposto: “è che avremo un giorno in cielo quello che non abbiamo mai qui”. Yves è stato parecchi anni in un ospedale psichiatrico. È stato abbandonato, “bocciato”. Da quando è con noi ha fatto molti progressi è progredirà ancora. Ma c’è una richiesta di infinito nel suo cuore, la richiesta di un amore che possa colmarlo.
Scoprire che sono invitato alla festa, che sono invitato alle nozze del cielo, conservare la speranza – a volte attraverso le lacrime, attraverso le notti, le tentazioni di disperazione, di rivolta – che un giorno lo sposo verrà. Come nella parabola, in mezzo alla notte, un grido: “Ecco lo sposo che viene”, colui che colmerà questa immensa sete del mio essere. Conservare questa speranza, in mezzo a incomprensioni, contraddizioni, oscurità, lotte, rifiuti, perché lo sposo è già qui. E qui per guarire i nostri cuori egoisti, i nostri cuori chiusi dal filo spinato, che sembrano a volte sempre meno capaci d’amore. E qui fin d’ora per insegnarci la sua tenerezza e prepararci alla pienezza dell’amore, alle nozze eterne.
Gerusalemme, bella come una giovane sposa che va incontro allo sposo.

Jean Vanier 
Dottore in filosofia, scrittore, leader morale e spirituale e fondatore di due importanti organizzazioni internazionali basate sulla comunità, "L'Arca" e "Fede e Luce", dedicate alle persone con disabilità, soprattutto mentale.
Le 135 comunità de L'Arca in 33 paesi e le 1600 comunità di Fede e Luce in 80 paesi sono dei veri e propri centri di trasformazione umana.
Da oltre quattro decenni, in prima persona, all'interno o all'esterno di queste organizzazioni, è un fervente difensore delle persone povere e ferite in seno alla nostra società. È stato membro del Pontificio Consiglio per i Laici e ha ricevuto il Premio Templeton nel 2014.

Leggi tutti gli articoli di Jean Vanier

Jean Vanier

L'Arche

Questo articolo è tratto da:
Ombre e Luci n. 1, 1983

Ombre e Luci n.1 - Copertina

SOMMARIO

Editoriale

Ombre e Luci? di Marie Hélène Mathieu
Editoriale n.1

Articoli

L’esperienza della solitudine di Jacqueline e Henri Faivre
Difficoltà loro o nostra? di Henri Bissonier
Ti aspetto sempre di Jean Vanier
Il Chicco: una casa per Fabio e Maria di Anna Da e Guenda Malvezzi

Rubriche

Dialogo aperto
Vita Fede e Luce

Libri

Il dolore innocente - Un handicappato nella mia famiglia, G. Hourdin
Darti la vita, J. Carrette

Ti aspetto sempre ultima modifica: 1983-03-20T12:45:41+00:00 da Jean Vanier
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